lamiavitasenzate

La mia vita senza te non è così diversa: faccio tutto un po’ più piano ed ho tempo per me.

Ti ho vista, tutt’a un tratto, afferrare la maniglia della porta e lasciarmi andare. Nessuna valigia con te, nessun ricordo: hai riempito una borsa di stoffa colorata con un groviglio di vestiti e una scatolina di parole mai dette. Mi sono ritrovato solo, condizione che da tempo non sperimentavo: non mi scompiglio troppo. L’abitudine dettava che tu mi preparassi pazientemente il panino da divorare a lavoro, tutti i giorni, svuotando una scatoletta di tonno da lasciar poi ripulire al gatto. Non sapevo neanche più come si montasse una moka per fare il caffè, confidavo nel “Tanto ci sei te”. C’eri e ceri sotto statue di madonne addolorate bruciano di dolore. È pur vero che ad ogni evento stravolgente della vita corrisponde, più o meno e soprattutto non sempre, una conseguenza anche positiva: diciamo che ora posso stare sveglio a sorseggiare la mia lattina di birra fino alle due e trentadue di notte, incollato alla televisione, davanti ad un cartone animato che qualunque bambino si rifiuterebbe di guardare poiché coscienzioso dell’alto livello di stupidità raggiunto. Ho tempo per me: non mi metto certo a rifare il letto ogni mattina.

 “C’è un momento per tutto, vai pure dritto sai . Devi farti un po’ male che dopo capirai. È un momento poi passa, giuro passerà.”

Queste le parole del vicino di casa. Mi sono piaciute tanto. Ho cercato per lungo e per largo- per quanto sia grande quello che un tempo era il nostro bilocale arredato con vista su altri bilocali- un post-it giallo su cui permettere loro di restare impresse, ma sono stato costretto a ripiegare sulla mia memoria perché qualsiasi cosa io cercassi, tu la trovavi. Ci rifletto spesso, sono parole sagge, un po’ costruite. Mi viene quindi il dubbio che, a differenza mia, il tipo sia stato solo più fortunato nel trovare un foglietto di carta su cui scriverle e sfoggiarle tutte le volte che qualche disperato bussa alla sua porta. Fatto sta che le direzioni che ha tentato di fornirmi sono tutte troppo vaghe: il dritto non è sempre percorribile. Non sai in quanti semafori, strisce pedonali, biciclette nella direzione sbagliata incappi nei miei tragitti! E quante maledette volte sono caduto dal cinquantino, come quella volta in cui il caldo afoso e inaspettato di marzo mi aveva suggerito di indossare un paio di bermuda, ma tracce di acquazzone del giorno precedente erano ancora lì, in agguato, per bucarli e farmi sanguinare entrambe le ginocchia. Tu accorresti e mi tranquillizzasti dicendo le stesse parole del tizio saggio: a differenza sua, però mi mettesti in macchina e andammo insieme dritti dritti.

Hai sbatacchiato e la porta ha prodotto un rumore sordo e rumoroso, un frastuono che ancora riecheggia in queste due stanze. Sono piene di te, dei profumi che la inondavano quando accendevi i fornelli per soffriggere la cipolla e dei puzzi che la invadevano quando ti scordavi gli arrosti in forno. Sono piene del tuo scarso senso dell’umorismo e degli improvvisi sbalzi d’umore, causa del sobbalzare anche del gatto. Sono piene degli abbracci che riservavi a chiunque entrasse a chiederti due limoni da strizzare nell’ acqua calda o due foglie di basilico per insaporire la mozzarella. Sono piene delle tue canzoni che cantavi al chiaro di luna, seduta sul divano, davanti alla finestra, mentre lasciavi penzolare una gamba e un asciugamano avvolgeva in un turbine i lunghi capelli bagnati. Fogli con lettere sparsi ovunque, forse canzoni scritte quando non dovevi occuparti di me. Forse fantasticavi già sul tuo futuro in cui io non ero incluso. Sento chiara la tua voce e la tua chitarra che suonano: “La mia vita senza te non è così diversa, io lo canto per non piangere e non piangerò.”

 

(La mia vita senza te – Tre Allegri Ragazzi Morti)

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MMM

La mamma è pur sempre la mamma. Al di là di scatolette pressate di gelatina e presunta carne, è colei che ti ha infuso la vita, ti ha permesso di valicare la soglia di un mondo di cui non ricordiamo nessun abitante e nessuna abitazione.

Madre e figlio, un legame indissolubile, come se il cordone ombelicale non avesse mai subito un taglio drastico e una porticina, tramite la quale far ritorno al luogo utopico prenatale, rimanesse sempre aperta. Il legame è eguale per tutti, il rapporto varia: complessate edipicamente, succubi, impaurite, innamorate in maniera sana, ignare, persone che instaurano e restaurano relazioni a catena differenti. Per cui non può esistere un unico modo con cui idealizzare o denigrare la genitrice, lo è e basta.

Ti stringe al petto quando ancora riesci a raggomitolarti in un palmo di mano; si dispera per te quando neanche tu sei al corrente del motivo per cui il tuo pianto ha svegliato tutto il palazzo; ti abbandona con la speranza che qualche passante assonnato si accorga dei tuoi lamenti; spinge l’altalena da cui non vorresti mai scendere mentre pensa a cosa propinare sulla tavola la sera stessa; si impaurisce quando torni a casa con un paio di pantaloni o con il cuore ridotti a brandelli, correndo ai ripari, nonostante l’abbonamento per la palestra sia scaduto da un po’, munendosi di ago e filo, nonostante non sia la titolare di un atelier o non abbia un lettino professionale su cui farti stendere; getta la spugna e si arrabbia perché hai sporcato con gli schizzi lo specchio del bagno o dei tuoi occhi; ti conosce come le sue tasche, quelle dei pantaloni che le hai imbrattato col fazzoletto sporco di gelato al cioccolato, anche se non ti ha mai visto.

“MaMMa”. Che venga ficcato in fondo a qualsiasi frase ridondantemente, che sia sinonimo di contrasto, che non sia mai stato pronunciato, ha comunque un suono Morbido, Morboso, Melodioso, Malleabile . E un profumo di Mandorla, Margherita, Mora, Mimosa.

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Come quando

Come quando ti capita, per caso e per fortuna, di giungere in un luogo la cui strada, piena zeppa di sassolini, è già stata battuta da stuoli di piedi, tra cui i tuoi.

Sassolini cangianti alla luce del sole, più o meno logori, irregolari nella forma, agglomerati su cumuli di terra o isolati su quadrati di cemento: si distendono e sembrano accoglierti; pare che siano appositamente adagiati  sul tappeto che si srotola davanti ai tuoi occhi e ti invitino a calpestarli. Masochismo? Solamente desiderio di vita. Del resto, è evidente, sono pur sempre sassi: cos’altro mai potrebbero desiderare? Si tratta di un bisogno insito, sopito, del quale non sono propriamente consapevoli, essendo privi di un qualsiasi soffio vitale.

Come quando ti capita, per sbaglio e per sfortuna, di sentirti come uno di quei sassolini, incapace di muoverti, affidato ai piedi di qualche passante che con un calcetto può provocare il tuo spostamento, il superamento del tuo immobilismo.

Quasi per magia, non recepisci l’essere calpestato come sinonimo di inferiorità, bensì bramosia di apprezzamento. Il sassolino ambisce che un paio di sandali da bambino lo rivitalizzino. Farsi mettere i piedi in testa volutamente suona un po’ strano, ma in questi casi ti permette di respirare.

Come quando ti capita, per caso e per sbaglio, per fortuna e per sfortuna, di indossare un paio di scarpe da ginnastica e camminare così a lungo tanto da finire col perdere il conto di quanti sassolini si sono intrufolati al suo interno.

co(come)ri d(‘)estati

Termina l’estate. Stazione Termini. Valigie- ahinoi ancora per poco- riempite di costumi da bagno, a fiori, hawaiani, insaporiti di sale: faranno ritorno nei ripostigli, nei garages. Le Hawaii e due sposini freschi freschi che non possono permettersi altro che una luna di miele- un sole di marmellata, un pianeta di nutella- nella punta dello stivale. Ed è questa parecchio appuntita e trapuntata tanto che non si rivela facil questione lo scovare e lo scavare nella sabbia un buco per piantare l’ombrellone, considerata la distesa impercettibile di punte impiantate tra i granelli. Freschi freschi come i cocomeri lasciati freddare in un secchio d’acqua. Cocomeri zuppi di semi che pazientemente tanti coltelli cocomeri2estrapolano dalle miniere di polpa rossa. Il rosso delle fette succulenti come delle fette serotine di cielo assottigliato tramuta, perde di vigore. Con rigore risalgono sul treno i due sposini e tornano a casa. Piuttosto tornano di casa. Sembra quasi una nascita, la loro. Il fiocco sul portone non ha colore tuttavia il nuovo appartamento strabuzza di giallo, bordeaux, marrone. Tramonta una stagione, subito un’altra vi si sovrappone. Dalle viscere del torrido caldo cominceranno a venir meno i capelli dalle teste, le foglie dagli alberi. E il nuovo appartamento diventerà obsoleto e il fiocco- ops– si disfarà e i due sposini risaliranno e riscenderanno, ma il sogno delle Hawaii rimarrà ancora segregato tra le celle dell’alveare per la produzione di miele. Il tramonto tornerà a rinvigorire e a spengersi e i coltelli da cocomero riapriranno e richiuderanno le serrande delle loro miniere estive. Tutto tornerà e sparirà. I ripostigli continueranno a ricolmarsi come le spiagge della punta dello stivale. Chissà quante paia di stivali stipati sulle mensole, tra barattoli di marmellata e set di valige dimenticate, prede predilette di granelli di polvere! I due sposini tramontati ricorderanno la nube di polvere levatasi durante un temporale estivo mentre ammiravano, riparati in una casetta sul mare infuriato, attraverso un vetro appannato, la rivoluzione del vento e il vortice addit-ato. Venti dita su una pancia, di forma somigliante ai cocomeri lasciati freddare in un secchio d’acqua, ed un fiocco tinteggiato dei colori dell’appartamento autunnale. Miele dolcissimo ad Honolulu, luci abbaglianti a LA, annuncio del ritorno a Ciampino. Stazione Termini. Termina l’estate.

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Compromesso

Qualcuno, qualche tempo fa, ha sentenziato, nel bel mezzo di un discorso più o meno serioso: “Ricordati che la vita è un compromesso.”. Una vera frase ad effetto, di quelle che, dopo essere state pronunciate, dovrebbe far capolino un ometto con due piatti tra le mani. Tutte le proposizioni che iniziano con “La vita è…” a me suscitano sempre un po’ di timore perché comportano sempre riflessioni più profonde di quelle a cui siamo abituati ordinariamente. Non sono frasi come “La cena è pronta” o “Il maglione è sudicio”: in quei casi le cose a cui pensare sono veramente poche: alzarsi dal divano, sedersi, prendere la forchetta e mangiare oppure aprire l’armadio, infagottarsi in un altro maglione e specchiarsi di nuovo. Le prime di cui parlavo sono quelle frasi soprannominate “ad effetto” perché smuovono gli addormentati angoli del nostro pensiero.

“La vita è un compromesso”. Non ricordo se la sentenza era seguita da termini che dovevano trovare un campo di accordo su cui stabilire una pacifica o quantomeno vivibile convivenza come prevede solitamente un compromesso. Soltanto quella frase minima ha continuato a sorvolare nella mente, è rimasta come sospesa. Ha fluttuato per un po’ senza trovare una vera spiegazione. Restringendo il campo di riflessione, mi sono chiesta se potessi applicare quell’ incipit universale (per canzoni, film, motti, aforismi, slogan pubblicitari, campagne contro il fumo…) alla me particolare, giungendo alla conclusione che la vita è un compromesso tra ciò che sono e ciò che desidererei essere.

La MIA vita è università, famiglia, danza, ripetizioni, amici, letture, telefilm, ma al tempo stesso è scrittura, batterista, loft a Parigi, comparsa in un film, panorami immensi da osservare per giornate intere. La vita quindi è una specie di lotta fra ciò che scandisce quotidianamente, banalmente ma in modo certo il nostro tempo e ciò che ci spinge a aspirare ad altro o almeno solamente a pensare ad altro. Un binomio tra certezza e sogni, radici sicure e foglie in pasto al vento autunnale. Non esiste creatura che sia capace di scindere tale tesi da tale antitesi: ecco perché si parla di compromesso. Un patto stipulato alla nascita che ci accompagna fino a quella che sarà la fine. Al momento, non sono in grado di prevedere altro: potrei continuare a scrivere su un blog anonimo oppure essere una scrittrice che si perde nell’ osservare la Ville Lumière dai gradini del Sacré Cœur…

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