il sorriso è una par[ent]esi

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E quante volte ho pensato che alla fine il sorriso è una parentesi se vedi bene

Mi guardi, non mi ascolti. Sorridi, ma non ridi. Chissà quella strana curvatura della tua bocca a cosa servirà? A farti sentire a disagio, ad evitare di parlare, ad allenare i muscoli facciali. Sembra che due pinzette la tengano sospesa, come se fosse un gesto involontario. Ti va di aprirne un’altra, di parentesi? Non importa sia tonda, mi interessa che sia vera. Stampata su pelle bianca con inchiostro rosso.

Perché quando sorridi di gusto, con quel gusto di panna cotta, con quel sapore di detersivo della nonna, con quel colore di giornata ai giardini… quella parentesi,ecco, mi apre un mondo: il tuo. Ed io ci posso entrare solamente a metà e per metà- precluso l’ingresso. Ai non addetti ai lavori è consentito solamente osservare le fossette sulle guance, con le mani incrociate dietro la schiena e il cuore stretto in un morso di rimorso.

E quante volte ho pensato che alla fine il sorriso è una paresi se vedi bene

Mi guardi, mi ascolti? Non sorridi e non ridi. Ormai le pinzette si sono incollate ai lembi delle labbra. L’assorto sul tuo volto, il vuoto nel tuo sguardo. L’illusione di poter aprire con te un’altra parentesi ora si è paralizzata. Cerco una penna, verde o blu che sia: la impugno e disegno un pugno di puntini sulla fossetta di destra, quasi fossero tanti moscerini ad infastidirti. Eppure non ti muovi, rimane quella curva. Cerco una gomma blu, ruvida, viscosa, la più potente contro i qual è con l’apostrofo: con forza la uso per cancellare la finzione. Non sai più di dolci innevati di zucchero a velo, non odori di panni stesi sul terrazzo comunale, non colori più le nuvole bianche del libro per bambini.

Delusione e sconforto e rimango a guardarti con le mani incrociate dietro la schiena e il cuore stretto in un morso di rimorso, e una parentesi g(i)raffa a far da suggello ad una lunga storia mai iniziata.

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(Gaetano ∼ Calcutta)coll2

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29 Settembre… quarantotto anni dopo

risvolti

Seduto in quel Caffè

O Lounge bar? O Cocktail bar? Luogopergentechevuolebereestareinmezzodistrada bar?

io non pensavo a te…

non per mia volontà. Piuttosto perché, in un posto del genere, sono troppe le cose a cui si doveva prestare attenzione e occhio: parate di capelli lunghi che si lasciavano dietro scie di Chanel n° qualsiasi, nubi di fumo di sigarette e tappeti di mozziconi sull’ asfalto, scalini affollati di gente seduta davanti a portoni di palazzine in cui la signora del terzo piano ha già posto accanto alla finestra sul corso un secchio colmo di acqua fredda.

7

Guardavo il mondo che girava intorno a me…

E girava, girava… Avevo cominciato con un piccolo bicchierino di liquido trasparente: pensavo fosse acqua, lo stomaco in seguito avrebbe svelato l’inganno. Il regolamento del venerdì sera parlava chiaro: o trangugiavi fette di prosciutto adagiate su taglieri e quindi forse insaccate insieme a schegge di legno o scolavi due o tre bicchieroni di alcool col rischio che ti si ghiacciassero le dita nella presa o non eri nessuno. Quella sera volevo essere qualcuno. “Qualcuno” : così volevo rispondere a quel tale del bar con l’occhio pio che chiedeva sempre quale fosse il mio nome.

Poi d’improvviso lei sorrise e, ancora prima di capire, mi trovai sottobraccio a lei, stretto come se non ci fosse che lei.

La luce del lampione aureolava la chioma di una figura di cui non distinguevo forma, colore, odore. Una fessura orizzontale brillava nel bel mezzo del viso come due fanali gialli che illuminano una galleria di notte. D’un tratto la folla di uomini fumanti, l’odore di menta e lime, le fette di pane e le briciole salate di patatine sul bancone, il tizio con l’occhio semichiuso perdevano consistenza visiva e tattile. La svolta del venerdì sera e il risvolto dei suoi pantaloni neri, la sbronza in un bar affollato e la stronza che mi teneva per il braccio, indicandomi la strada del ritorno.

8Vedevo solo lei e non pensavo a te. E tutta la città correva incontro a noi. Il buio ci trovò vicini, un ristorante e poi di corsa a ballar sottobraccio a lei, stretto verso casa abbracciato a lei, quasi come se non ci fosse che, quasi come se non ci fosse che lei.

Eravamo solo io e lei, di cui ancora non riuscivo a delineare confini, toni cromatici, olezzi. Ma eravamo solo io e lei, i passi miei incespicati e gli occhi suoi pieni di cispe, la mia testa sgombra e la sua presenza ingombrante. Non pensavo a te in quell’istante: il pensiero era totalmente catturato dall’enigma che si celava dietro la figura chimerica. Ricordo di strade desolate, lande asfaltate, di una città a cui non ero mai appartenuto, di melodie martellanti che sorvolavano su una pista da ballo dove vecchietti danzavano il walzer durante le sere estive.

Mi son svegliato e sto pensando a te. Ricordo solo che, che ieri non eri con me… Il sole ha cancellato tutto, di colpo volo giù dal letto e corro lì al telefono

Camera! Letto! Sete! È sabato mattina e, per mia volontà, sto pensando a te. Penso ai rimproveri che farai quando il tizio del bar ti spiffererà quel che è accaduto ieri sera, penso alle grida che aggrediranno le mie orecchie e quelle dei vicini, penso al sorriso dolce che riceverò in dono nel momento in cui deciderai, forse, tra un mese, di perdonarmi. Scendo dal letto dirigendomi in cucina e scorgo sul tavolo un bicchierone di acqua fredda che aspetta di essere sorseggiato d’un fiato, come il bicchierino del venerdì sera. La luce del sole che penetra dalla finestra del soggiorno aureola la chioma di una figura familiare, poco più in basso una fessura orizzontale brilla. Comincio a distinguere e colorare. Inciampico sui miei passi, ma tu non hai più gli occhi pieni di cispe. La testa si ingombra di domande, ma la tua presenza non è affatto ingombrante. Il telefono suona con Spotify il valzer del moscerino e non so più se sia realtà o sogno. Mi guardi con fare beffardo e poco comprensivo, bensì il sorriso seguita a splendere. Io, te e la sconosciuta ora riconosciuta. Non posso altro che parlare, ridere e amarti, irragionevolmente.

Parlo, rido e tu non sai perché t’amo. T’amo e tu, tu non sai perché.

9(29 Settembre- Equipe 84, Mogol- Battisti)

Pezzi di Anna

Anna ovvero anonima perché Anna, oltre ad essere un palindromo, è anche un nome un po’ abusato e per questo azzeccato per descrivere in generale un ideale di donna, a sua volta però particolare.

“Anna che sorride a tutti. Anna in fondo come sta. Anche se si trucca gli occhi si capisce che non va. Anna e le sue insicurezze.”

Di donne che ridono ce ne sono tante, che sorridono meno. Il sorriso è un’attitudine che si riscontra con più difficoltà poiché dietro di esso vi è una sorta di premeditazione; la risata è qualcosa di più istintivo e risulta tanto facile a certe donne che il cervello in quel momento chissà dove lo hanno lasciato!

Non si sa bene come sta Anna. Risponde sempre “Tutto bene”, ma lo usa per convenzione, per non dover scendere troppo nei particolari, per non farsi fare troppe domande, per non dilungarsi in discorsi che preferisce fare davanti allo specchio.

La mano tremolante certamente non la aiuta a disegnare una linea diritta tra le attaccature delle ciglia o sul contorno delle labbra, però non possiamo nemmeno biasimarla di non prendersi un minimo cura del suo aspetto. Si incipria per mascherare quel velo di malinconia e di inettitudine che le si posa a giorni alterni sulla faccia.

Dire che è insicura è dir poco, dieci passi in mezzo a una fiumana di gente e all’undicesimo già traballa. Dieci parole pronunciate tutte insieme in un discorso sono un’esagerazione, le pronuncia soltanto quando ha una bella pagina scritta sotto gli occhi.

“Anna aspetta più di quel che ha”

Tante aspettative, tanti sogni, tante illusioni, tante delusioni. Ma lei continua a sperare, attende che un vento freddo proveniente dall’est la travolga e le faccia volare lontano la sciarpa che tiene solitamente attorcigliata attorno al collo esile e allungato. Vorrebbe che quella sciarpa la conducesse in un posto che non ha mai visitato, non ha mai visto su una guida turistica o su un giornaletto per pendolari.

“Anna che si chiude in bagno quando a cena parlano di libertà.”

Anna è libera di parlare, correre, urlare, o meglio sarebbe libera. Tutto ciò però non le risulta affatto semplice poiché sente di essere in qualche modo schiava di un’ Anna leggermente forviata dalla sua veritiera personalità. Ricorda di essersi ammanettata un giorno, tanto tempo fa e di aver gettato le minuscole chiavi chissà dove. Il fatto è che non ricorda nemmeno il perché si sia incatenata  a quella figura che le somiglia, ma non più di tanto. Ha solo paura di parlare, correre, urlare, essere veramente se stessa.

Anna ha bisogno di essere amata per quello che ancora non è.

DSCN111vIl bisogno è grande ed è probabilmente l’unica possibilità che Anna ha per liberarsi da quella strana maschera che si è cucita addosso. Amandola, amandosi, amando, Anna potrebbe capire come funziona il mondo, come funziona il suo mondo. Ha letto di tanti uomini e donne, ha visto tante madri e tanti figli, ha sentito di effusioni tra animali e tutto il mondo le è sembrato pervaso da qualcosa capace di trasformare in qualcosa che esso stesso non è.

Non è sorridendo che lo ha trovato.

Non è truccandosi che lo ha individuato.

Non è tremando che lo ha scovato.

Non è aspettando che lo ha sorpreso.

Non è rinchiudendosi che lo ha incontrato.

Non è rinunciando ad essere se stessa che lo ha rintracciato.

E pensare che il nome “Anna” comincia con la stessa lettera…

(“Canzone di Anna”- Fabi Silvestri Gazzè)