Solo dispari?

E non soffro se mi sento solo…

Diciamocelo: la solitudine, di per sé, non è stata affatto concepita per danneggiare l’uomo. Non c’è alcun male nel volere stare da soli. Solitudine: viene spesso associata a buio, cupezza, isolamento. Ma essa aiuta quando il vetro della bussola si è spaccato, aiuta a riaggiustare, reindirizzare il tragitto, reimpostare la destinazione. L’eremo non è un luogo di cui si deve diffidare, la pietra che si erge nel deserto ci aiuta a capire che siamo NEL mondo, ma al tempo stesso siamo UN mondo. Ogni uomo è, nella sua unicità, in solitaria. Il fatto che non si sia più capaci di pensarci soli è indicativo di quanto il concetto di solitudine sia associato sempre più ossessivamente alla negatività, alla depressione, quasi rischiando di sfiorare l’emarginazione. Decidere di guardarsi dentro è sintomo di maturità e consapevolezza, non è necessario denigrare chi ha il coraggio di staccare tutte le connessioni virtuali e riattivare quelle neuronali.

Impossibile ottenere il silenzio attorno in un mondo che ci vuole sempre numerosi e quindi rumorosi affinché si possano abbattere le barriere del sentirsi soli. L’esercito dei bip, dei campanellini, delle vibrazioni combatte contro l’inquietudine dell’isolamento. Slogan contro la paralisi dei polpastrelli, contro il mutismo dei centri commerciali. L’immancabile e tristemente adolescenziale “forever alone” che fa da didascalia a foto in cui presunti topi da biblioteca si abbarbicano su un libro disperati…

…soffro solo se mi fai sentire dispari.

Mi ero ripromesso di scendere dall’eremo, di uscire dal guscio e rinnegare l’uno, il dispari. Mi ero fatto coraggio, mi ero persino munito di due grossi tappi per le orecchie. Purtroppo il voler abbattere l’emarginazione non ha comportato altro che un sentirmi ancora più emarginato. Non mi aspettavo mica un’accoglienza in pompa magna, con il tappeto rosso srotolato per terra o l’hashtag #followme. Chiedevo soltanto un po’ di compagnia, ma non mille amici, non citazioni googlate due istanti prima di essere condivise, non bastoni argentati per aria e denti in bella vista. Troppa condivisione virtuale, poca sincerità emotiva. È legittimo, al tempo d’oggi, cominciare discorsi con un cancelletto, ma le cancellate lunghe e suntuose sono ideate per recintare una casa, non una persona. Non sarà quel like in più che ti renderà più forte e meno solo.

Mi capita, a volte anche volutamente, di camminare senza nessuno al mio fianco e così mi diverto a scrutare la gente che mi gira intorno: mi piace definirci la “generazione con la testa bassa e il viso illuminato”. Sottomessi? Schiavi di un signorotto locale? Affranti dalle mille difficoltà della vita? Vergognosi delle nostre azioni? Appena usciti dall’estetista con la faccia più abbronzata?

No, niente di tutto ciò. Solamente incapaci di oscurare lo schermo, alzare lo sguardo verso il cielo e sentirsi parte di un grande sistema silenzioso che ci considera in quanto essere unici, dispari.

(“Dispari”, Marta sui tubi)

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l’amore (non) esiste

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L’amore non esiste, è un cliché di situazioni tra due che non son buoni ad annusarsi come bestie, finché il muro di parole che hanno eretto resterà ancora fra loro a rovinare tutto.

E’ sicuramente una bella parola, una bella e “trita” parola. Usata, consumata, riciclata per cercare di definire qualcosa che, fortunatamente o meno, non può essere incasellato in alcuno schema di parole crociate. Intorno all’amore si è costruito, con lo scorrere del tempo e con l’evoluzione del pensiero, dell’arte, una sorta di aura luminosa e intoccabile, indiscutibile e indistruttibile.

Amore si traduce come trovarsi in coppia in specifiche situazione pre-costituite, pre-costruite: il bacio, la carezza, l’abbraccio, lo sguardo. La premeditazione di certi atteggiamenti provoca l’ingigantirsi del luogo comune il quale, inevitabilmente, precipita nella banalizzazione ed infine porta all’uccisione dell’amore. Nel rapporto si accumulano gesti e parole pre-determinate che si reggono su fondamenta fragili, inverosimili e condannate alla demolizione.

è il più comodo rimedio alla paura di non essere capaci a rimanere soli

Non c’è verità più giusta: l’amore è la via indicata da imboccare al bivio tra solitudine e qualcosadiindefinitobastanonesseresoli. Non siamo stati progettati per trascorrere la vita su un pianeta che accolga soltanto noi stessi perciò è presupposto inderogabile avere qualcuno al proprio fianco, nella propria testa. Il fatto è che l’essere soli, talvolta, non indica necessariamente una condizione a cui dover trovare riparo ad ogni costo, buttandosi a capofitto tra le braccia di qualcun’altro. La paura fa tremare, impedisce di pensare e di capire realmente ciò che si para davanti ai nostri occhi. Il solitario inforca volentieri un paio di occhiali per guardare vicino, il presente, per guardarsi dalle illusioni, e un altro paio per guardare lontano, il futuro, la falsa felicità dell’essere accompagnato.

non esiste fare i conti, accontentarsi piano piano di una vita mano nella mano

Se comunque si crede di aver trovato la metà combaciante, non è possibile pretendere che essa possa collimare perfettamente con le aspettative. In un compito di matematica dei sentimenti, il professore dovrà metterci un po’ di penna rossa in ogni esercizio. I conti non possono tornare, il grafico non può riuscire: l’amore è nemico della calcolatrice. Come gli sono nemici il progettare l’ideale della persona perfetta da tenere accanto o l’accondiscendere, l’adagiarsi, l’accontentarsi. Non ci sono compromessi, bisogna avere il coraggio di non scendere a patto con niente e nessuno. Il patto dell’amore non si può semplificare con una stretta tra due mani, la quale stipula un contratto tra due potenze. Di potente, in amore, eventualmente, vi è soltanto il battito di due organi.

i numeri da soli non riescono a spiegare. L’amore non esiste, esistiamo io e te.

Con l’affermazione “L’amore non esiste” credo si intenda che questa, chiamiamola, “cosa” c’è, ma non è plausibile riporla in un raccoglitore da deporre su una scaffalatura, inscatolarla per conservarla in dispensa. Non è un’etichetta. Non è una parola. Non è un numero. E’ una “cosa” che scaturisce dal profondo di qualcos’altro a cui, a loro volta, sono connessi altri oggetti, altre persone. Tanti hanno provato a spiegarlo. Assomiglia forse a un dio o a un essere soprannaturale: quando vuol far percepire la propria presenza, alza un vento leggero che muove delicatamente e all’unisono una distesa di fili d’erba verdissimi. Quella stessa distesa che accoglie il mio “io” e il tuo “te”.