c ï e l o

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Il cielo visto da qui
dal sotto di un bosco
un bosco che profuma di biscotto
caldo, a forma di lp

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Il cielo e il blu tipico
un tipo lo scruta indignato
crede sia troppo complicato
abbassa lo sguardo critico

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Il cielo dalle nuvole erranti
un bastoncino di zucchero
e un guantino color zenzero
traccia ricordi gocciolanti

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Il cielo ricopre il tutto
il tutto di amate, amare parole
parole che cadono come nocciole
oggi, di certo, non è vestito a lutto

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[senza] tre caffè

-Buongiorno, un caffè

-Buongiorno signore, si accontenta di un caffè?

-Sì, di un semplice c-a-f-f-è, con la e accentata

-Non ha particolari esigenze?

-Cosa intende? Dovrei farcirlo?

-Dove glielo dovrei versare?

-Dovrei pretendere che me lo presentasse in modo da stimolare l’appetito?

-Non saprei. Lo preferisce in tazza grande, da portar via in un bicchiere di cartone dove può scriverci il nome, col coperchio di plastica, versato delicatamente dentro una tazza in maiolica blu, in un recipiente di vetro per non scottarsi le dita? Dica lei

-Non mi ero mai fermato a pensare dove avrei più piacere di bere un caffè. Me l’hanno sempre portato in tazzine bianche, a volte col piattino

-Benissimo, vada per la tazza classica. Allora entriamo nello specifico: espresso, deca, cappuccino, mokaccino, d’orzo, ginseng, americano, freddo, irish, corretto, americano, in ghiaccio con latte di mandorla, brasiliano, schiumato, macchiato

-Credo che sceglierò il primo, anche perché degli altri che ha elencato in maniera oserei dire impeccabile, ahimè, non ne conosco uno e se le chiedessi di puntualizzare su tutte le tipologie, credo che creeremmo una fila lunga fino alla strada

-Espresso, capito. Passiamo alla temperatura: caldo intenso, meno tiepido più caldo, tiepido-caldo, assolutamente tiepido, tendente al freddo, freddo, freddo con ghiaccio

-Mi chiedevo se esistesse un menù in cui avere la possibilità di leggere le varianti: mi sono già perso

-Signore, il menù scritto non esiste, però, se vuole, posso riparare prendendo immediatamente un foglio e una penna e scrivendole il riepilogo

-Se le dicessi semplicemente caldo?

-Vedrò quello che posso fare. Non dimentichiamo lo zucchero o qualcosa per dolcificare, sempre che ne abbia bisogno: zucchero raffinato, zucchero grezzo di canna, zucchero di canna integrale, zucchero di canna integrale biologico. Passando ai dolcificanti naturali: goccio di miele, fruttosio, destrosio, stevia, mannitolo

-Sbaglio a non metterci niente dentro? Pecco di qualcosa?

-Gusti personali. Deve sapere che centinaia di gomiti si poggiano su questo bancone di marmo ogni giorno e pretendono l’impossibile. Le richieste più disparate: il latte senza latte, la brioche senza zucchero, la zuppa senza glutammato, l’insalata senza i semi nei pomodori, l’acqua senza idrogeno. Guai a storcere il naso o assumere un’espressione contrariata o per lo meno di incomprensione: quello di là che sorveglia tutto se ne accorge e ci fa togliere immediatamente il grembiule.

-Va di moda il senza a quanto pare. In questo caso però non pare che venga a mancare qualcosa, anzi si mette sul fuoco più roba, roba particolare, introvabile. Il senza con valore aggiuntivo, il meno con valore di più. Voglio dire che più si tolgono ingredienti, più si deve arrabbattarsi per trovarne dei sostituti perché, si sa, le cose non sono fatte d’aria, ci vuol pur qualcosa per farle stare in piedi.

-Ha compreso e per questo si merita il semplice c-a-f-f-è che mi aveva chiesto inizialmente

-Ma io non merito proprio niente: non è mica una gara a chi fa la richiesta più originale! Avevo solamente voglia di un qualcosa che favorisse il risveglio mattutino e mi desse la carica per affrontare la giornata. Dopo queste riflessioni, però, la miscela nera galleggiante nella tazzina apparirà ai miei occhi come un vortice vizioso di senza in cui affogare e io sarò tentato di non usare la ciambella o il giubbottino di salvataggio.

-Non era mia intenzione rovinarle la giornata. Non lo dica al sorvegliante, la prego. Resetti la conversazione, dimentichi senza troppi pensieri

-Anche lei ha usato un senza di troppo. Vorrà dire che per oggi faccio a meno di un caffè. Ma non rimarrò senza un caffè: anzi, ne ordinerò tre!

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Artisti di strada tra il cielo e la terra

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È tutto un artificio creato ad arte da un’artista dalle mani affette da artrosi.

È tutto uno strano dipinto che viene strattonato da stranieri in preda dello stress da strizzacervelli.

È tutto un tripudio di trucchi pensati da una troupe di maghi esperti in trasformismo che fanno trasalire e tremare senza lasciare troppe tracce.

È tutto un cigolio di circa cinquanta circensi che si cimentano in costruzioni precarie e si cibano di ciccia di cincillà e cicoria ammalandosi di cistite.

È tutto un terremoto di magnitudo tredicipuntotre che fa fare testacoda alle testuggini che sono terrorizzate dalle temibili tenaglie del tentatore extra-terrestre.

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Prime luci

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Riviveva. Ripensava a ciò che le aveva solcato il volto, alle cicatrici che si erano impresse sulle gambe, ai volti perduti tra la brulicante folla dopo uno sfuggevole incontro per strada, alle mani sudate che aveva stretto, ai pochi e silenziosi abbracci che aveva avuto il coraggio di donare.

Sedeva. Una panchina, costruita di materiale a cui non sapeva attribuire un nome, come del resto accade per molte cose al mondo, sorreggeva il suo corpo.  Pareva quasi volesse sollevare quel corpo, incentivata anche dal suo minimo peso. Leggero era il corpo, poiché spogliato da qualsiasi abito di remore, rimpianti, rimorsi. Leggero, poiché sentiva l’ardore di librarsi per aria e disegnare ghirigori sulla distesa azzurrina come supponeva stessero facendo alcuni uccellini, i cui cinguettii deliziavano da lontano le sue orecchie. Orecchie attente: l’ugola di un gallo troppo strozzata, le ventole di un condizionatore da ore in azione, le gocce che cadevano a momenti alterni dalla grondaia del terrazzo di fronte, l’inattesa, l’inaspettata, la sospetta ma misteriosamente gradevole quiete latente del silenzio. Poi un suono di sirena d’ambulanza che correva senza troppo affanno, considerando il fatto che le auto di domenica mattina, prima dell’ alba, preferiscono riposare ancora un po’, come i loro padroni. Intanto salivano le prime luci, qualche striscia grigiastra pennellava il cielo giovane, puro, il quale era in combutta con l’emisfero notturno, oscuro, quasi giunto al termine del suo vivere.

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Si emozionava. Non rifuggiva i ricordi più prossimi. Il gesto dello sfiorare la punta arrotondata dell’unghia su una pelle liscia, piena di pori da cui esalavano vapori di voglia di emozioni, a sua volta. Proprio in quell’istante le ventole del condizionatore cessavano di girare e di contribuire ad alimentare la tempesta di pensieri che si abbatteva sulla quiete del momento. Ora la quiete non più latente. Ormai non vi erano più vie di fuga. Era tenuta e obbligata a fare i conti con se stessa.

Prendeva una penna in mano. Non era mai stata portata per la matematica: una semplice interrogazione sulle tabelline le creava un tale stato d’ansia. Sapeva cavarsela con le operazioni più semplici, quando cani, gatti, zucchine, indumenti diventavano anulare, mignolo, pollice. Uno più uno più uno uguale tre. Tre i lampioncini del giardino di fronte che le avevano dato il buongiorno, spegnendosi. Uno più uno più uno più uno uguale quattro. Quattro le mele che aveva addentato gustosamente il giorno precedente, per evitare in modo tassativo di dover incontrare qualche medico e toglierselo quanto prima di torno. Uno più uno uguale due. Due erano le persone che sedevano la sera del giorno precedente su quella panchina. Due meno uno. Uno, rimaneva quell’uno, una lineetta. Una linea allungata verticalmente, paragonabile grosso modo all’antenna posizionata sul tetto della casa di fronte. Le due lineette si distinguevano per un particolare non indifferente: nella parte superiore la prima era corredata non di spunzoni e frecce metalliche, bensì di mani grandi, pronte a mandare in onda trasmissioni di affetto piuttosto che televisive.

Sorrideva fra sé. Uno zampillo, rimasuglio di tempesta, cadeva sulla balaustra del terrazzo della casa di fronte e si scomponeva in mille frantumi liquidi. Mille parevano anche gli uccelli, i quali, pigolio dopo pigolio, avevano moltiplicato la loro armonizzazione. Le luci abbagliavano fiocamente, rinvigorivano ogni qual volta lo sguardo si alzava verso il cielo cristallino, immerso nel silenzio. Rintanava la mano sinistra sotto la coscia sinistra per una brezzolina che spirava da ovest e, nel frattempo, un’altra mano calda guidava la destra.

Stringeva una penna in mano. La mano era guidata nel macchiare d’inchiostro blu e d’emozioni da cogliere sul momento una pagina bianca, poggiata precariamente sulle sue gambe. Bianca come non lo era mai stata fino ad allora.