QUOT 4

Che effetto farebbe indossare le ali di un gabbiano? Poter volare e sorvolare, avvalersi del privilegio di una visione dall’alto. Tante formiche brulicano sulla superficie variegata e si inseguono sembra quasi senza scopo. Il vento pettina la piume che si lasciano cullare dalle onde del mare. Pensieri evadono ed evaporano, si depositano sulla riva e all’occorrenza risalgono la corrente. Un indumento da veri sognatori: ecco perché non ne esistono taglie per l’uomo.

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solo

Cos’è che fai lì, seduto in un angolo? Stai a guardare il tempo che passa, la tua pelle che invecchia, i tuoi capelli che si allungano? Come fai a rimanere in disparte davanti a tutto questo frastuono? Non senti le pentole che bruciano, le finestre che cigolano, i giocattoli che si frantumano? Non osservi le linee curve di un tramonto sul mare, le smorfie di un anziano su un letto d’ospedale, le pale di un condizionatore in estate? Non ti piace interrogare il luogo che ti accoglie da quando due bocche si sono incontrate per caso o per gioco?

Sei solo un essere umano, e solo è dir poco.

Piccoli pensieri per grandi desideri-1

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Viaggiava di notte e di giorno sul suo treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso. C. non aveva molto da fare durante il dì: stava seduto su una sedia -sempre la stessa, da anni- a volte disegnava le giravolte di fumo più fantasiose e vaporose con cui la scia del treno fosse capace di lasciar traccia nell’aria. Erano fumi colorati, blu del cielo e arcobaleno aeriforme si fondevano sul foglio immacolato: sembrava prendessero vita. Avvicinando cautamente l’orecchio destro alla tela e ponendo la giusta dose di ascolto, cinguettii di passerotti e bisbiglii di passeggeri venivano talvolta sommessi dallo stridio dei freni alle diverse stazioni. In particolare, sovrastava anche i rumori più forti, la voce delicata e ingenua di un viso impallidito, incorniciato in un trionfo di boccoli dai riflessi rossi. Parlava al suo amico Orso, gli raccontava il viaggio che aveva intrapreso con Zaino In Spalla, nel quale aveva riposto Quaderno dei desideri su cui Lista A-Z appuntava tutti gli spostamenti. Bimba dai capelli rame aveva scelto quel treno proprio perché quel giorno, trovatasi davanti al tabellone degli orari e ai binari su cui sfrecciavano e sostavano i mezzi, il treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso si arrestò; a quel punto non poté ignorare la somiglianza di colori col boccolo che scendeva birichino, pizzicandole la fronte. Con Stivaletti di Vernice nera e Calzette bianche, viaggiava di giorno e di notte. Non stava mai ferma tanto che il suo sguardo incuriosito incrociava quelli infastiditi, incuriositi o indifferenti di tutti i passeggeri che salivano e scendevano. Un giorno Orso, Zaino e Lista confessarono apertamente a Bimba il desiderio di far conoscenza del conducente del veicolo su cui da un po’ erano ospiti, desiderio che, dal momento in cui Stivaletti si erano poggiati sulla moquette del treno, aveva infiammato ancora di più i suoi boccoli. Chiedendo informazioni al controllore, ormai diventato fedele compagno di viaggio, gli amichetti si diressero verso una cabina bianca nel mezzo alla quale trionfavano una porta nera e un cartello minaccioso, raffigurante il palmo di una mano apertissimo. Con fare timido e delicato, il viso ancora più impallidito bussò con tre colpetti, né troppo prolungati per non provocare disturbo o irritazione all’altro capo, né troppo sussultati affinché non si confondessero con altri rumori. La porta si aprì, senza nessuna voce di preavviso. Varcata la soglia, la cabina diventava un vano accogliente, in cui la luce non esitava ad effondersi. Tanti tasti e bottoni e segnali illuminati tempestavano il bancone sotto il finestrone centrale davanti al quale posata, ferma è decisa, stava piantata una sedia. Puntava dritto come lo sguardo che la occupava saldamente. Il gruppo si fece avanti, portandosi al fianco del monolite in mezzo alla stanza. Bimba, seguendo l’esempio, guardava avanti con le sopracciglia un po’ arcuate, ma i suoi occhietti non riuscivano a trattenersi dal lanciare sguardi fuggenti al granitico duo.
-Scusi, lei è Capotreno?
Esordì ad un tratto, talmente tanta era la sua curiosità
-Mi presento: sono Capotreno e dirigo il mio treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso da trentaedue anni, cinque mesi e qualche giorno.
La voce ferma ed elegante rimbombò nella cabina.
-Lei sa sempre dove andare?
-Ho il controllo del treno, il mio compito è assicurarmi che i meccanismi non si guastino, ma il percorso è già tracciato ed io non posso cambiarlo.
-L’itinerario del treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso è segnato; cosa mi dice del suo viaggio?
-Io non viaggio, permetto di viaggiare.
-E le sue idee, il treno dei suoi desideri? Non ci sale mai sopra?
C. voltò con grande lemma lo sguardo, quasi gli si fosse incriccato il collo a forza di stare sempre con lo sguardo in avanti. Fissò negli occhi Bimba, la pelle del viso si distese e le fece un cenno con l’indice a mo’ di invito. I boccoli rame sobbalzarono, lasciando scoperto un orecchio col quale ascoltare quelle che sarebbero state le uniche parole timide di C.
Il sussurro cessò e lo sguardo meno impallidito si girò all’indietro, puntando su una parete che, da quando era entrata, aveva ignorato.
Una parete tappezzata di tele su cui aleggiavano vapori arcobaleno, rumore di sferragliamento e bisbiglii e ghirigori rossi, fluenti, quasi fossero boccoli a zonzo per il mondo.

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nottata di marmellata

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Sei arrivata in punta di piedi.
Non ti sei mai fatta sentire e non lo farai neanche questa notte.

Ma stanotte sembra diverso, sembri diversa.

Sai di marmellata di fragole, di quella che trovi sullo scaffale delle confetture, compressa in un barattolo su cui sopra sta per essere imbadito un pic nic con tovaglia a quadri rossa e bianca
Sai di cenere di camino, sparsa per la stanza arredata: un divano e due sedie e un quadro, opera di un bambino con le mani imbrattate di tempera blu e gialla
Sai di mattina fresca, di brezza di marzo, di margherite appassite e di sempreverdi non più verdi
Sai di mai, di sempre, di non so cosa
Sai di mani che accarezzano dolcemente, di tocchi delicati, di baci sognati, di sogni infranti, di speranze stroncate, di domeniche mattine sotto il piumone, di passeggiate tra granelli di sabbia, di sole e luna.

Te ne vai con una giravolta, sulla punta dei piedi, incappucciati in un paio di scarpette da punta, avvolta in un turbinio di veli vaporosi che si gonfiano quando sbuffi perché non hai trovato pane e marmellata nella credenza piangente.
Piangi con lei, ti fai sentire per l’istante di un singhiozzo.
Mi aggozzo con il tuo singhiozzo prima che tu sparisca e la notte torni ad essere uguale a sempre, a te.

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Prime luci

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Riviveva. Ripensava a ciò che le aveva solcato il volto, alle cicatrici che si erano impresse sulle gambe, ai volti perduti tra la brulicante folla dopo uno sfuggevole incontro per strada, alle mani sudate che aveva stretto, ai pochi e silenziosi abbracci che aveva avuto il coraggio di donare.

Sedeva. Una panchina, costruita di materiale a cui non sapeva attribuire un nome, come del resto accade per molte cose al mondo, sorreggeva il suo corpo.  Pareva quasi volesse sollevare quel corpo, incentivata anche dal suo minimo peso. Leggero era il corpo, poiché spogliato da qualsiasi abito di remore, rimpianti, rimorsi. Leggero, poiché sentiva l’ardore di librarsi per aria e disegnare ghirigori sulla distesa azzurrina come supponeva stessero facendo alcuni uccellini, i cui cinguettii deliziavano da lontano le sue orecchie. Orecchie attente: l’ugola di un gallo troppo strozzata, le ventole di un condizionatore da ore in azione, le gocce che cadevano a momenti alterni dalla grondaia del terrazzo di fronte, l’inattesa, l’inaspettata, la sospetta ma misteriosamente gradevole quiete latente del silenzio. Poi un suono di sirena d’ambulanza che correva senza troppo affanno, considerando il fatto che le auto di domenica mattina, prima dell’ alba, preferiscono riposare ancora un po’, come i loro padroni. Intanto salivano le prime luci, qualche striscia grigiastra pennellava il cielo giovane, puro, il quale era in combutta con l’emisfero notturno, oscuro, quasi giunto al termine del suo vivere.

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Si emozionava. Non rifuggiva i ricordi più prossimi. Il gesto dello sfiorare la punta arrotondata dell’unghia su una pelle liscia, piena di pori da cui esalavano vapori di voglia di emozioni, a sua volta. Proprio in quell’istante le ventole del condizionatore cessavano di girare e di contribuire ad alimentare la tempesta di pensieri che si abbatteva sulla quiete del momento. Ora la quiete non più latente. Ormai non vi erano più vie di fuga. Era tenuta e obbligata a fare i conti con se stessa.

Prendeva una penna in mano. Non era mai stata portata per la matematica: una semplice interrogazione sulle tabelline le creava un tale stato d’ansia. Sapeva cavarsela con le operazioni più semplici, quando cani, gatti, zucchine, indumenti diventavano anulare, mignolo, pollice. Uno più uno più uno uguale tre. Tre i lampioncini del giardino di fronte che le avevano dato il buongiorno, spegnendosi. Uno più uno più uno più uno uguale quattro. Quattro le mele che aveva addentato gustosamente il giorno precedente, per evitare in modo tassativo di dover incontrare qualche medico e toglierselo quanto prima di torno. Uno più uno uguale due. Due erano le persone che sedevano la sera del giorno precedente su quella panchina. Due meno uno. Uno, rimaneva quell’uno, una lineetta. Una linea allungata verticalmente, paragonabile grosso modo all’antenna posizionata sul tetto della casa di fronte. Le due lineette si distinguevano per un particolare non indifferente: nella parte superiore la prima era corredata non di spunzoni e frecce metalliche, bensì di mani grandi, pronte a mandare in onda trasmissioni di affetto piuttosto che televisive.

Sorrideva fra sé. Uno zampillo, rimasuglio di tempesta, cadeva sulla balaustra del terrazzo della casa di fronte e si scomponeva in mille frantumi liquidi. Mille parevano anche gli uccelli, i quali, pigolio dopo pigolio, avevano moltiplicato la loro armonizzazione. Le luci abbagliavano fiocamente, rinvigorivano ogni qual volta lo sguardo si alzava verso il cielo cristallino, immerso nel silenzio. Rintanava la mano sinistra sotto la coscia sinistra per una brezzolina che spirava da ovest e, nel frattempo, un’altra mano calda guidava la destra.

Stringeva una penna in mano. La mano era guidata nel macchiare d’inchiostro blu e d’emozioni da cogliere sul momento una pagina bianca, poggiata precariamente sulle sue gambe. Bianca come non lo era mai stata fino ad allora.

Sereno atteso

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S’inonda di cobalto

l’immenso e delicato

velo calato.

Con l’arrivo della sera

il brusio- con la luce

regnava sovrano-si dilegua.

Di calore si impregnano le case,

dell’assillo dei pensieri si libera la mente.

Scurisce sempre più,

il tutto avvolge

e il soave e leggero

canto della sera

pervade sincero

il cuore dell’essere.

(piccola prova di poesia)