verNICE

Mamma,

mi avevi promesso che sarebbe stata una festa grandiosa, di quelle che vorresti non finissero mai. Mi avevi raccontato di quando la nonna ti accompagnava sul lungomare di questa, per me, sconosciuta città e ti portava a passeggiare tra una folla di persone sorridenti. Persone contente di quel che facevano quotidianamente, con alle spalle un passato motivo d’orgoglio e occasione di celebrazione. Mi avevi parlato di bambini che scorrazzavano senza pensieri tra i granelli di sabbia, sui loro tricicli traballanti, cantando un motivetto melodioso che la maestra aveva insegnato loro proprio per quell’occasione. Il tuo entusiasmo era tale nel ricordare le tue estati in questo paese con la bandiera blu, bianca e rossa che mi aveva incuriosito terribilmente. Prima di stasera mi chiedevo quale magia sarebbe avvenuta, che sembianze avesse la fatina che sarebbe sorvolata a spargere polvere scintillante su questa distesa di mare e terra.
Mi hai un po’ deluso: speravo di far amicizia con qualche bambino della mia stessa altezza, un bambino che avesse parlato con gli occhi e non con la sua erre moscia. Speravo di rimanere estasiato e non solo assordato dalle luci e dai rumori dei fuochi d’artificio, sparati a tutta raffica. In effetti qualche sparo c’è stato però l’ho solo sentito. Dopodiché ho visto che le persone diventavano come i birilli del bowling. Ti ricordi di quella volta quando siamo andati anche con papà? Lui tirava talmente forte quella palla bianca che tutti i birilli cadevano a terra e sparivano tra le tendine. Una grossa, enorme e rumorosa palla bianca ha fatto strike stasera: forse il tiratore era anche più forte di papà. Al bowling i birilli venivano rimessi al loro posto, in piedi; ora non si muovono e sono a terra. I pedali dei tricicli viaggiano a vuoto e la polvere magica non scintilla, anzi sembra quasi fumo. La distesa di terra e mare è nera.

Ho perso i sandali di vernice che mi aveva regalato la nonna. Ho perso la tua mano che, fino ad un istante fa, stringevo.

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MMM

La mamma è pur sempre la mamma. Al di là di scatolette pressate di gelatina e presunta carne, è colei che ti ha infuso la vita, ti ha permesso di valicare la soglia di un mondo di cui non ricordiamo nessun abitante e nessuna abitazione.

Madre e figlio, un legame indissolubile, come se il cordone ombelicale non avesse mai subito un taglio drastico e una porticina, tramite la quale far ritorno al luogo utopico prenatale, rimanesse sempre aperta. Il legame è eguale per tutti, il rapporto varia: complessate edipicamente, succubi, impaurite, innamorate in maniera sana, ignare, persone che instaurano e restaurano relazioni a catena differenti. Per cui non può esistere un unico modo con cui idealizzare o denigrare la genitrice, lo è e basta.

Ti stringe al petto quando ancora riesci a raggomitolarti in un palmo di mano; si dispera per te quando neanche tu sei al corrente del motivo per cui il tuo pianto ha svegliato tutto il palazzo; ti abbandona con la speranza che qualche passante assonnato si accorga dei tuoi lamenti; spinge l’altalena da cui non vorresti mai scendere mentre pensa a cosa propinare sulla tavola la sera stessa; si impaurisce quando torni a casa con un paio di pantaloni o con il cuore ridotti a brandelli, correndo ai ripari, nonostante l’abbonamento per la palestra sia scaduto da un po’, munendosi di ago e filo, nonostante non sia la titolare di un atelier o non abbia un lettino professionale su cui farti stendere; getta la spugna e si arrabbia perché hai sporcato con gli schizzi lo specchio del bagno o dei tuoi occhi; ti conosce come le sue tasche, quelle dei pantaloni che le hai imbrattato col fazzoletto sporco di gelato al cioccolato, anche se non ti ha mai visto.

“MaMMa”. Che venga ficcato in fondo a qualsiasi frase ridondantemente, che sia sinonimo di contrasto, che non sia mai stato pronunciato, ha comunque un suono Morbido, Morboso, Melodioso, Malleabile . E un profumo di Mandorla, Margherita, Mora, Mimosa.

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