FIN[i]TA

Facciamo finta che io mi addormento e quando mi sveglio è tutto passato

Facciamo finta che, dopo l’incubo della notte, arriva il sogno nel giorno.

Facciamo finta che il sogno nel giorno di una vita reale cominci con il bianco delle lenzuola profumate di rosa e con il sudore emanato dall’abbraccio della mia mano con la tua.

Facciamo finta che un raggio di sole filtri dispettoso tra i buchi delle persiane e milioni di pulviscoli di polvere volteggino sul tappeto luminoso.

Facciamo finta che abbia fame di cornetti riscaldati nel microonde, gonfi di crema gialla, inzuppati in un caffellatte amaro.

Facciamo finta che, sbadato come sono, ne versi un bel po’ sulle lenzuola un tempo bianche e mi debba alzare e lasciarti la mano.

Facciamo finta che lo sgrassatore per pavimenti, il flacone della candeggina, il bicarbonato siano finiti e il telefono da cui avere informazioni per togliere le macchie sia scarico.

Facciamo finta che le macchie ancora troneggino sul candore delle lenzuola e tu sia rimasta immobile ad osservarla.

Facciamo finta che ormai i cornetti siano freddi e la crema si sia scolorita, che la tua mano sia ad abbracciarne un’altra e che il sole non si diverta più con i granelli di polvere.

Facciamo finta che mi maledica per aver fatto finta di essermi svegliato in un sogno di giorno.

Facciamo finta che l’incubo finisca e che mi ritrovi a non far più finta.

Insomma, facciamola finita.

(Niccolò Fabi- Facciamo finta)

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amica ironia, peccato! malinconia

20111214-Berenice Bejo as Peppy MillerEravamo in tre,

noi due e l’amica ironia

a braccetto per quella via  

(…)

E fummo quattro oramai

a braccetto per quella via.

Peccato! La malinconia

s’era invitata da sé.

L’ironia è un potente strumento che permette di mettere in ridicolo, senza però svelarsi, mostrarsi. Assomiglia un po’ a quelle velette che le donne portavano un tempo per coprire ingannevolmente gli occhi maliziosi nascosti dietro di esse. Si illudevano di poter ammiccare o guardare di sottecchi la scena che si stagliava davanti al loro sguardo, senza tener conto che qualche acuto aguzzino sapeva a sua volta farsi strada tra le fessurine romboidali, sfruttandone la luce che traspirava attraverso di esse. Per essere ironici, quindi, è necessario che quell’ acuto osservatore non sia in grado di penetrare tra i buchi della veletta e rimanga dubbioso riguardo alla verità che esce dalla bocca, priva di occhi e ragione, della donna.  L’ironico rende il mondo bello agli occhi degli altri, ma è consapevole di ciò che il mondo veramente è. Si cela ingratamente grazie a una grata nera di un confessionario, in cui ogni singola parola echeggia, ma non è, in fondo, portatrice di alcun significato. Non tutti sono in grado di fare dell’ironia poiché essa è una sorta di abilità innata, un’arte, a cui ci possiamo gradualmente avvicinare, ma che effettivamente non può essere applicata efficacemente da tutti. L’ironico non è il burlone con la smania di esibizionismo, non è l’arlecchino superomistico e sprovveduto, bensì un intelligente deviatore della realtà che altera ciò che è in ciò che la gente vorrebbe che fosse.

Ma quando i buchi della veletta cominciano ad allargarsi, rendendo sempre più amaro lo sguardo sul reale, ecco che la donna preferisce non utilizzare più la bocca senz’occhi e predilige la razionalità che si racchiude nel cerchietto che le fascia la testa. Rimane ancora quel pizzico di ironia che serve per distanziarsi dalla credenza comune, ma, quando la visuale non è più filtrata da effetti speciali che la rendono meno cupa e noiosa, appare e comincia a farsi strada la malinconia, la compagna fedele di viaggio di chi riesce realmente a cogliere il significato del vivere, tormentato o spensierato che sia.