QUOT 6

Illusioni: il mondo ne è pieno. Spesso, per non azzardare un sempre, la realtà si nasconde per quella che è e gioca con la vista e con la mente dell’uomo. Chissà quanti oggetti subiscono metamorfosi e distorsioni tanto che la loro interpretazione non risulterà mai essere uguale. Pareri discordanti su toni di colore, forme e sapori sono il frutto della diversità con cui la natura si rivela e con cui si prende gioco dell’ingenuità di viventi che sfruttano le sue potenzialità ma ahimè, non ne riescono a comprendere l’essenza più vera.

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Bianco filo d’erba

erbafioriE arriverà l’estate
i fiori si apriranno
e noi qui in silenzio a guardare le stelle che un po’ ci invidieranno perché poi in fondo sanno che è meglio guardare per aria che a terra.

Il calore dei raggi del sole, che penetra nei pori della pelle, percorre autostrade di venule a mille chilometri orari e giunge a destinazione, direttamente poiché sa già cosa vuole andare a scaldare. I profumi primaverili e colorati esplodono in una notte, in una stagione di ameno silenzio. È come se la distesa di erba, che durante il giorno ondeggiava e cambiava sfumatura di verde, ora si fosse trasformata in un enorme materasso scuro. E inconsapevolmente lo scurirsi della superficie contribuisce ad aumentare il desiderio di stendervisi sopra. Non rimane altro che tuffarsi tra la terra che esala odore di bagnato, le formiche che imprecano di non venir schiacciate, i sassolini che, immobili per colpa non loro, sono pronti a conficcarsi nella carne.

Petto rivolto al cielo, cuore aperto come su un tavolo operatorio. Non resta che ammirare le stelle che, nonostante il loro imparagonabile fascino, sono gelose del nostro essersi stesi. Su, su, guarda per aria, mira all’alto, fai il giusto rifornimento e spingiti più in alto che puoi. Ma restiamo in silenzio.

Fusione panica e tu che somigli a quell’ago verdognolo che struscia e carezza la mia faccia, si insinua tra due ciocche dei miei capelli. Nessuno ha osato schiacciarlo come è accaduto per tutti gli altri fili. Sta lì, filo d’erba affusolato su se stesso, incurante del vento che ne pizzica l’estremità a confine con l’azzurro del cielo.

E ti ritroverò
ferma come un filo d’erba che voglia non ha di piegarsi alla realtà

Sei forte nella consapevolezza della tua fragilità: oscilli e pendi qua e là, ma affondi la tua radice, la tua origine in terra fertile, nutriente. Da essa si propagano cerchi di echi di coraggio: salgono attraverso la linea sottile del tuo corpo fino ad arrivare alla punta ultima, a delimitazione con il cristallino del cielo. Come se un sassolino appuntito lanciato da una mano innocente bucasse la superficie, così dall’urto tra la compostezza, la tua non voglia di piegarti, il desiderio di elevarti e la limpidezza di ciò che si penzola sopra i nostri corpi, cerchi concentrici di te si disperdono nell’infinito del blu (cielo o mare?)

E ti convincerò che il salto da fare non è verso il basso ma in su là dove il mare aria è già, dove la tua voce possa ritrovare ascolto, quello buono quello di cui tu senti il bisogno.

Cominci a sentire il bisogno di staccarti da questa realtà che non è comunque riuscita a sottometterti. È giunto il momento di spiccare verso l’alto, verso l’ignoto, verso la curiosità, verso un mondo che, essendo superiore, non può altro che racchiudere qualcosa di oltre. Si confondono il mare e l’aria, l’aria e il tuo respiro, il tuo respiro e il profumo dei fiori che si schiudono.

Lo smalto bianco dei tuoi denti si confonde con la lucentezza astrale, con il disco solare e ormai ti ammiro nel caos dell’infinito in cui sono immerso. Se prima eravamo fianco a fianco in silenzio distesi tra i fili d’erba, ora sono qui che rimango ad ascoltare la tua voce. Canto flebile ma melodioso, rigenera la tua anima, rinfranca le mie orecchie.

Chissà quando scenderai di nuovo a rimirar le stelle…

Magari quando

E arriverà l’estate
i fiori si apriranno

(Filo d’erba- Bianco)erbafiori

(Consiglio musicale da prendere in considerazione!)

Ciao per sempre

Prendi tutto quello che ho, crollami addosso e quel che posso è quel che mostro. 

Prendi tutto quello che ho, che non mi importa, un po’ alla volta, fai la scorta

Nella valigia di colui che parte si accumulano magliette sporche, calzini bucherellati, pagine scollate di libri, filini colorati e intrecciati. Nella valigia di colui che parte si infila tutto il possibile, tanto che è necessario sedervisi sopra per riuscire nell’impresa di chiuderla. Quasi impossibile riporvi qualunque cosa sia riposta in un grande armadio, in una grande casa, in un grande cuore. In ogni cuore c’è qualcosa, magari anche nascosto, che risulta incomprimibile all’interno di un unico recipiente. Il cuore è fatto per stare all’interno di una non propriamente detta gabbia. Ma io, più che gabbia, la definirei un porticato fatto di ossicini al posto di fiori penzolanti. La figura del porticato è sicuramente più piacevole e amena rispetto ad un rugginoso recinto per animali. Il viaggiatore accumula, accumula e prende tutto quello che ha da offrire l’abitante della cittadina in cui casualmente si è fermato per un periodo un po’ più lungo. Il viaggiatore avido si abbuffa, fa la scorta di gesti affettuosi, di carezze, di sguardi comprensivi che nessuno è mai riuscito a rivolgergli. Quella creatura così innocente non fa altro che assecondarlo e mostrargli ciò che riesce a comunicare di sé, nella speranza che il giorno della partenza venga sempre più rimandato, che il treno si guasti quotidianamente, che la combinazione per l’apertura della valigia venga dimenticata.

Prendi tutto quello che ho anche se è poco, vale niente e lascia il mondo indifferente, chissà se poi un giorno lo userai.

Colui che parte ha tutto a sua completa disposizione: amore, animo e soprattutto umiltà, che per tanto tempo gli ha alleggerito la valigia. Ora che l’ha ritrovata nella giovinetta è disposto ad accaparrarsi anche quella. La giovinetta è ingenua e crede che ogni cosa che non si riallacci in qualche modo alla sua persona sia migliore. Qualunque discorso, qualunque azione viene sottovalutata poiché messa a paragone con il fascinoso mondo dello sconosciuto viaggiatore. Come paragonare Ulisse ad un pendolare qualunque.

Sarò pronta ad ogni impronta che poi mi lascerai e sarò pietra e sarò lieta e sarò grata nell’ avere quello che non mi dai. 

Ormai il biglietto è stato obliterato e il fazzoletto svolazzerà presto. Occhi bassi, occhi rivolti al cuore. Mente consapevole di ciò che è stato, di ciò che è stato donato, regalato, di ciò che non è tornato mai indietro. Nessuna ricompensa in cambio, un lavoro non retribuito, un libro pubblicato e mai letto da nessuno. La ragazza si rende conto della vanità e dell’ effimerità del rapporto che si era illusa di poter plasmare. Non resta che alzare gli occhi, ma soprattutto aprirli. Cerca di inseguire il treno che è appena partito ma di esso non resta che una scia di rumore deragliante, un’impronta del viaggiatore. La ragazza torna indietro e decide di non guardarsi le spalle.

Non sei stato mio e mai mio sarai tra questa gente, tutto il bello tutto il buono porto via 

Nella valigia di colei che è rimasta non c’è posto per tutto il cuore di quel viaggiatore poiché egli è una persona a parte e ha già la sua valigia. Ognuno ne ha una e in nessuna è contenuta quella appartenente ad un altro. Ciò che si instaura nelle relazioni interpersonali rimane come ricordo e trova spazio tra i vestiti e le scarpe. Non si può invaligiare un cuore. Non si può desiderare di far invaligiare un cuore.

E allora non resta che imprimere, con un bell’inchiostro blu,  su di una lettera, scritta col cuore in mano, e concludere con

ciao per sempre

(Ciao per sempre- Levante)