Piccoli pensieri per grandi desideri-1

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Viaggiava di notte e di giorno sul suo treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso. C. non aveva molto da fare durante il dì: stava seduto su una sedia -sempre la stessa, da anni- a volte disegnava le giravolte di fumo più fantasiose e vaporose con cui la scia del treno fosse capace di lasciar traccia nell’aria. Erano fumi colorati, blu del cielo e arcobaleno aeriforme si fondevano sul foglio immacolato: sembrava prendessero vita. Avvicinando cautamente l’orecchio destro alla tela e ponendo la giusta dose di ascolto, cinguettii di passerotti e bisbiglii di passeggeri venivano talvolta sommessi dallo stridio dei freni alle diverse stazioni. In particolare, sovrastava anche i rumori più forti, la voce delicata e ingenua di un viso impallidito, incorniciato in un trionfo di boccoli dai riflessi rossi. Parlava al suo amico Orso, gli raccontava il viaggio che aveva intrapreso con Zaino In Spalla, nel quale aveva riposto Quaderno dei desideri su cui Lista A-Z appuntava tutti gli spostamenti. Bimba dai capelli rame aveva scelto quel treno proprio perché quel giorno, trovatasi davanti al tabellone degli orari e ai binari su cui sfrecciavano e sostavano i mezzi, il treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso si arrestò; a quel punto non poté ignorare la somiglianza di colori col boccolo che scendeva birichino, pizzicandole la fronte. Con Stivaletti di Vernice nera e Calzette bianche, viaggiava di giorno e di notte. Non stava mai ferma tanto che il suo sguardo incuriosito incrociava quelli infastiditi, incuriositi o indifferenti di tutti i passeggeri che salivano e scendevano. Un giorno Orso, Zaino e Lista confessarono apertamente a Bimba il desiderio di far conoscenza del conducente del veicolo su cui da un po’ erano ospiti, desiderio che, dal momento in cui Stivaletti si erano poggiati sulla moquette del treno, aveva infiammato ancora di più i suoi boccoli. Chiedendo informazioni al controllore, ormai diventato fedele compagno di viaggio, gli amichetti si diressero verso una cabina bianca nel mezzo alla quale trionfavano una porta nera e un cartello minaccioso, raffigurante il palmo di una mano apertissimo. Con fare timido e delicato, il viso ancora più impallidito bussò con tre colpetti, né troppo prolungati per non provocare disturbo o irritazione all’altro capo, né troppo sussultati affinché non si confondessero con altri rumori. La porta si aprì, senza nessuna voce di preavviso. Varcata la soglia, la cabina diventava un vano accogliente, in cui la luce non esitava ad effondersi. Tanti tasti e bottoni e segnali illuminati tempestavano il bancone sotto il finestrone centrale davanti al quale posata, ferma è decisa, stava piantata una sedia. Puntava dritto come lo sguardo che la occupava saldamente. Il gruppo si fece avanti, portandosi al fianco del monolite in mezzo alla stanza. Bimba, seguendo l’esempio, guardava avanti con le sopracciglia un po’ arcuate, ma i suoi occhietti non riuscivano a trattenersi dal lanciare sguardi fuggenti al granitico duo.
-Scusi, lei è Capotreno?
Esordì ad un tratto, talmente tanta era la sua curiosità
-Mi presento: sono Capotreno e dirigo il mio treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso da trentaedue anni, cinque mesi e qualche giorno.
La voce ferma ed elegante rimbombò nella cabina.
-Lei sa sempre dove andare?
-Ho il controllo del treno, il mio compito è assicurarmi che i meccanismi non si guastino, ma il percorso è già tracciato ed io non posso cambiarlo.
-L’itinerario del treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso è segnato; cosa mi dice del suo viaggio?
-Io non viaggio, permetto di viaggiare.
-E le sue idee, il treno dei suoi desideri? Non ci sale mai sopra?
C. voltò con grande lemma lo sguardo, quasi gli si fosse incriccato il collo a forza di stare sempre con lo sguardo in avanti. Fissò negli occhi Bimba, la pelle del viso si distese e le fece un cenno con l’indice a mo’ di invito. I boccoli rame sobbalzarono, lasciando scoperto un orecchio col quale ascoltare quelle che sarebbero state le uniche parole timide di C.
Il sussurro cessò e lo sguardo meno impallidito si girò all’indietro, puntando su una parete che, da quando era entrata, aveva ignorato.
Una parete tappezzata di tele su cui aleggiavano vapori arcobaleno, rumore di sferragliamento e bisbiglii e ghirigori rossi, fluenti, quasi fossero boccoli a zonzo per il mondo.

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Inquadramento

edouard_manet_004_bar_alle_folies_bergère_1882(Un bar aux Folies Bergère-Édouard Manet)

“Gli acrobati che si penzolano dal soffitto indossano delle curiose scarpette colorate. Potessi guardarle da vicino con uno di quei binocoli che si appoggiano sugli occhi impiastricciati delle donne presenti in sala! Potessi sedermi su una di quelle seggioline imbottite e vellutate e godermi lo spettacolo in tranquillità! Tante piccole formiche sembrano solleticare i miei piedi, rappresi in un paio di scarpe che la zia mi ha caldamente invitato a calzare. Tutto ciò che indosso proviene dall’armadio della zia, a cui, probabilmente, piacciono le cose striminzite, urticanti e impregnate di colonia. Oltre a distrarmi dal nauseante odore che arriva al mio naso quando verso del cognac, l’essenza mi ricorda anche la mamma: quando andavamo a trovare la nonna, la mamma sembrava volere accumulare, con qualche respiro di troppo, il profumo che aleggiava in tutte le stanze dorate. Le sarebbe piaciuto potersi sedere accanto alla zia, qui, di fronte ai miei occhi. Le piacevano le piume, ma non quelle che era abituata a vedere tutti i giorni, sporche di terra; le piacevano le piume bianche che vedeva sbucare ogni tanto dalle nostre parti da qualche tendina di qualche carrozza malcapitata. La mamma mi parlava sempre della città, delle luci, del divertimento agli spettacoli. Ora mi confronto con le sue parole troppo gentili e fantasiose e non sono sicura che lo sfarzo che si immaginava sia davvero sinonimo di belle vie. Almeno non come la intendo io. Il bancone è ormai divenuto il mio unico punto di sostegno: da esso ricavo il necessario sostentamento per la vita di tutti i giorni. La zia è stata gentile ad offrirmi la possibilità di servire i clienti e non, che so, di servire a loro, agli uomini, per altri scopi. Molte approfittano della debolezza carnale per poter trarne vantaggi, ritrovandosi ad assomigliare ai liquori: vengono bevuti in un sorso, in un piccolo istante, per il solo gusto di brindare in compagnia e di trarne benefici nell’immediato. L’effetto diversivo che ne deriva induce il bevitore ad abusarne, incapace di aspettare un qualcosa che lo soddisfi pienamente. Non so perché ma ho la sensazione che anche io stia aspettando qualcosa. Forse sto aspettando che un uomo bagnato nel suo giaccone nero mi chieda se posso parlargli della mia vita, del mio lavoro, della mia apparente infelicità. Forse sto aspettando che il caffè rimanga vuoto nel suo silenzio affinché io possa approfittare del lucido pavimento che mi inviti a piroettare. Forse sto aspettando che, appena fuori il caffè, l’uomo, a cui non avevo dato l’impressione di essere una cameriera, una sempliciotta di campagna, mi stia offrendo di camminare e di ascoltare il rumore delle scarpe che scricchiolano. Forse sto aspettando che quell’uomo si avvicini al mio orecchio e sussurri: “Rintocca la mezzanotte, l’attesa è finita. Puoi penzolarti dal soffitto ed indossare scarpe colorate”.”

Il locale cominciava ad acquietarsi e, quando ormai anche gli equilibristi si erano spogliati degli abiti di scena, una figura di donna si divertiva a volteggiare nella sala, tenendo in mano una scopa, mentre il bouquet di fiori balzava in terra, appassito. L’atmosfera festosa si incupiva sempre più ma la ragazza del caffè si rallegrava al rintocco della mezzanotte. La porta si chiuse per l’ultima volta. Ora indossava un lungo cappotto color cammello, un cappello su cui trionfava una piuma bianca e curiose scarpe colorate che attendevano, impazienti, il momento in cui avrebbero potuto giocare con l’acqua delle pozzanghere.

L’attesa non era stata vana.

La vidi penzolarsi su un’altalena. Le funi erano attaccate all’insegna del caffè.

Nuages

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Le nuvole sono cumuli di fumo. Bianche, grigiastre, nere: si colorano secondo l’umore del mondo, delle persone. Potrebbero costruire un universo a se stante, considerate le infinite possibilità che hanno di trasformarsi. L’occhio di un attento e alquanto fantasioso osservatore non può ignorarne le metamorfosi: la foglia di una rosa che si stacca dallo stelo, il coniglio che saltella, la treccia di una bambina che penzola, l’auto che sfreccia. Tutto é concesso nel cielo dell’immaginazione e nella mente del pensatore, del fumatore di nuvole: sono fedeli amici in un mondo che talvolta é ostile e preferisce banalizzare, omogeneizzare. Le nuvole sono espressione viva di diversità, di fantasia, di libertà. Corrono tanto repentinamente da sfuggire alla presa salda della banalità, tumore maligno dell’essere moderno.