le tre età

La vedi quella luce? Sì, dico a te, ragazza con gli occhiali da sole. Sono lenti troppo scure e oscuranti quelle che indossi. Sono lenti troppo lenti, non ti si addicono, non possono calzare bene sul tuo viso allungato. Vedi, ti scivolano dal naso e sai bene che non potrai tenerlo arricciato in eterno. Tra poco comincerà a pizzicarti, per cui non avrai scampo: sarai costretta a grattarti. Nel farlo gli occhiali si divertiranno come i bambini sull’altalena e poi scapperanno via.
La vedi quella luce? Sì, dico a te, donna con lo sguardo incapace di guardare in alto. Vestiti, fogli, lavoro, bambini, forse marito. Non hai tempo per alzare gli occhi, il mascara potrebbe sciogliersi. Ma scaraventa tutto quello che ti occupa le mani e la testa: non noti quanto sia evocativo mirare all’ e l’ orizzonte? Prima o poi sarai costretta a scuotere la testa per allontanare il fastidioso ronzio di una zanzara che naviga tra le onde dei tuoi capelli e poi scapperà via.
La vedi quella luce? Sì, dico a te, anziana signora seduta davanti alla finestra di una triste, bianca ma nera, stanza. La scorgi in lontananza, ne senti la mancanza. Ricordi?  Ti scaldava le gambe, intente a pedalare e a lottare con l’attrito delle pieghe della lunga gonna a quadri che pazientemente ti eri cucita. Scaldava il cuore, lo faceva battere all’impazzata. Poggi una mano sul petto e quasi non lo senti più. Sembra solamente disposto a inseguire quella luce là in fondo. Ad un tratto scapperà via. E scapperai via.

letre

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La borsa di una donna pesa come se ci fosse la sua vita dentro, tra un libro che non vuole mai finire ed altri trucchi per fermare il tempo.  La borsa di una donna riconosce le sue mani e solo lei può entrare nascosto.

Chiavi, portafoglio rettangolare, portafoglio con fiorellini, portafoglio per scontrini, trousse- ritocco in bagno, trousse-maledette zampe di gallina, trousse- mi fa male la testa, trousse-vuota ma nuova, fazzoletti, astuccio gomme verdi, gomme verdi fuori astuccio, blocchetto con ricami immacolato, mini penna con brillantini mai funzionata, libro zavorra da esibire occasionalmente su mezzi pubblici…

Troviamo un mondo intero dentro la borsa di una donna. Potremmo paragonarla alla ventiquattrore di un uomo d’affare, allo zaino a spalla di un viaggiatore errabondo, alla cartella di uno studente volenteroso. Racchiude segreti, ricordi, fantasie, idee, tasche piene di lacrime e sorrisi: tutto ricade su una spalla o in una mano. Il suo peso non è indifferente, tuttavia non scivola mai via di dosso.

Ne esistono di svariati tipi: shopper, bauletto, hobo, secchiello, clutch, pochette… nomi bizzarri, ma pur sempre identificativi di stili di vita. Le prime sono le più accessibili, quelle che usi per andare al supermercato e non hai paura di macchiare con il detersivo colato sul flacone. Poi ci sono quelle scomode, che impediscono di gesticolare animatamente a meno che non diventino bracciali con ciondoli giganteschi. Ancora quelle che stanno in una mano sola, che spariscono come niente, che possono confondersi con porta pillole, vecchie videocassette o scatole di scarpe per bambini. In teoria tutti vi possono accedere, ma in pratica nessuno conosce la chiave di lettura corretta se non la proprietaria. E’ l’unica che può orientarvisi dentro, in quel caos così dolcemente disordinato e complicato.

La borsa di una donna non si intona quasi mai con quel che sta vivendo. Nasconde il suo telefono gelosa di qualcuno che la sta chiamando. Vicino alle sue chiavi la solita ossessione di scordarle ancora e in quel disordine apparente la paura di restare sola.

Come amore fa rima con cuore, borsa deve far rima con scarpe, accessori, vestiti. Soprattutto in occasioni importanti- prime uscite, colloqui, serate di gala o di rimorchio- è imperativo che la borsa di debba abbinare nel modo più adeguato. Non sarà certamente il colore di essa azzeccato con il colore delle scarpe a compromettere la buona riuscita, però non è scontato che possa un minimo influenzarla. Quegli occhi così profondi non saranno sicuramente in grado di giudicare un’accozzaglia sbagliata, però, se un pizzico svegli, potranno permettersi o meno di chiedere un fazzoletto.

Le borsedatuttiigiorni sono spesso arricchite da taschine, le quali accolgono e proteggono perlopiù telefoni o chiavi che altrimenti andrebbero sperduti nei meandri bui e sconfinati delle fodere. Ecco che squilla e con fare disinvolto ma guardingo il telefono viene scovato; guai ad allungare un po’ di più l’occhio: al costo di non far trapelare il nome che si illumina sul display ma rispondere, si è disposte ad infilare l’orecchio dentro la borsa, come se essa diventasse la camera da letto in cui solitamente ci si rinchiude per non rendere partecipi orecchie indiscrete. Ecco che arriva il momento di rincasare: il portone è lì che aspetta fiducioso anche se sa che le chiavi per fare il solletico alla sua serratura sono cadute in macchina, sotto il sedile, accanto al mazzo che era stato duplicato qualche giorno prima. “Le metto in questa taschina, dentro questo sacchettino così non le perdo!” …le ultime parole famose.

Un ritaglio dentro la patente: ci sei stata mille volte ma non ci hai mai trovato niente.
Anni spesi per ritrovare le cose che qualcuno è riuscito a smarrire, la voglia di sorridere, di perdonare la debolezza, di essere ancora come ti vogliono gli altri.

Cosa puoi aspettarti di trovare dentro? Di tutto un po’ ciò che ti caratterizza, ciò che ti rende unica, ciò che ti fa sperare, sorridere, disperare. Con lei viaggi, da vagabonda consapevole, senza giungere mai a destinazione. Ti sei procurata l’indirizzo, il mezzo, la compagnia, ma, quando hai la sensazione di essere arrivata, ti accorgi che non devi far altro che proseguire. Avanti, avanti con in spalla la tua borsa, tra oggetti che qualcuno si è dimenticato di riporre nella propria, tra desideri di felicità e false speranze, tra compromessi per piacere fuori, tra sofferenze per piacersi dentro.

La borsa di una donna pesa come se ci fosse la mia vita dentro.

Ognuno indossa fieramente la sua borsa ed è sempre disposto a riempirla.

collage borsa

(La borsa di una donna- Noemi)

Ciao per sempre

Prendi tutto quello che ho, crollami addosso e quel che posso è quel che mostro. 

Prendi tutto quello che ho, che non mi importa, un po’ alla volta, fai la scorta

Nella valigia di colui che parte si accumulano magliette sporche, calzini bucherellati, pagine scollate di libri, filini colorati e intrecciati. Nella valigia di colui che parte si infila tutto il possibile, tanto che è necessario sedervisi sopra per riuscire nell’impresa di chiuderla. Quasi impossibile riporvi qualunque cosa sia riposta in un grande armadio, in una grande casa, in un grande cuore. In ogni cuore c’è qualcosa, magari anche nascosto, che risulta incomprimibile all’interno di un unico recipiente. Il cuore è fatto per stare all’interno di una non propriamente detta gabbia. Ma io, più che gabbia, la definirei un porticato fatto di ossicini al posto di fiori penzolanti. La figura del porticato è sicuramente più piacevole e amena rispetto ad un rugginoso recinto per animali. Il viaggiatore accumula, accumula e prende tutto quello che ha da offrire l’abitante della cittadina in cui casualmente si è fermato per un periodo un po’ più lungo. Il viaggiatore avido si abbuffa, fa la scorta di gesti affettuosi, di carezze, di sguardi comprensivi che nessuno è mai riuscito a rivolgergli. Quella creatura così innocente non fa altro che assecondarlo e mostrargli ciò che riesce a comunicare di sé, nella speranza che il giorno della partenza venga sempre più rimandato, che il treno si guasti quotidianamente, che la combinazione per l’apertura della valigia venga dimenticata.

Prendi tutto quello che ho anche se è poco, vale niente e lascia il mondo indifferente, chissà se poi un giorno lo userai.

Colui che parte ha tutto a sua completa disposizione: amore, animo e soprattutto umiltà, che per tanto tempo gli ha alleggerito la valigia. Ora che l’ha ritrovata nella giovinetta è disposto ad accaparrarsi anche quella. La giovinetta è ingenua e crede che ogni cosa che non si riallacci in qualche modo alla sua persona sia migliore. Qualunque discorso, qualunque azione viene sottovalutata poiché messa a paragone con il fascinoso mondo dello sconosciuto viaggiatore. Come paragonare Ulisse ad un pendolare qualunque.

Sarò pronta ad ogni impronta che poi mi lascerai e sarò pietra e sarò lieta e sarò grata nell’ avere quello che non mi dai. 

Ormai il biglietto è stato obliterato e il fazzoletto svolazzerà presto. Occhi bassi, occhi rivolti al cuore. Mente consapevole di ciò che è stato, di ciò che è stato donato, regalato, di ciò che non è tornato mai indietro. Nessuna ricompensa in cambio, un lavoro non retribuito, un libro pubblicato e mai letto da nessuno. La ragazza si rende conto della vanità e dell’ effimerità del rapporto che si era illusa di poter plasmare. Non resta che alzare gli occhi, ma soprattutto aprirli. Cerca di inseguire il treno che è appena partito ma di esso non resta che una scia di rumore deragliante, un’impronta del viaggiatore. La ragazza torna indietro e decide di non guardarsi le spalle.

Non sei stato mio e mai mio sarai tra questa gente, tutto il bello tutto il buono porto via 

Nella valigia di colei che è rimasta non c’è posto per tutto il cuore di quel viaggiatore poiché egli è una persona a parte e ha già la sua valigia. Ognuno ne ha una e in nessuna è contenuta quella appartenente ad un altro. Ciò che si instaura nelle relazioni interpersonali rimane come ricordo e trova spazio tra i vestiti e le scarpe. Non si può invaligiare un cuore. Non si può desiderare di far invaligiare un cuore.

E allora non resta che imprimere, con un bell’inchiostro blu,  su di una lettera, scritta col cuore in mano, e concludere con

ciao per sempre

(Ciao per sempre- Levante)

Pezzi di Anna

Anna ovvero anonima perché Anna, oltre ad essere un palindromo, è anche un nome un po’ abusato e per questo azzeccato per descrivere in generale un ideale di donna, a sua volta però particolare.

“Anna che sorride a tutti. Anna in fondo come sta. Anche se si trucca gli occhi si capisce che non va. Anna e le sue insicurezze.”

Di donne che ridono ce ne sono tante, che sorridono meno. Il sorriso è un’attitudine che si riscontra con più difficoltà poiché dietro di esso vi è una sorta di premeditazione; la risata è qualcosa di più istintivo e risulta tanto facile a certe donne che il cervello in quel momento chissà dove lo hanno lasciato!

Non si sa bene come sta Anna. Risponde sempre “Tutto bene”, ma lo usa per convenzione, per non dover scendere troppo nei particolari, per non farsi fare troppe domande, per non dilungarsi in discorsi che preferisce fare davanti allo specchio.

La mano tremolante certamente non la aiuta a disegnare una linea diritta tra le attaccature delle ciglia o sul contorno delle labbra, però non possiamo nemmeno biasimarla di non prendersi un minimo cura del suo aspetto. Si incipria per mascherare quel velo di malinconia e di inettitudine che le si posa a giorni alterni sulla faccia.

Dire che è insicura è dir poco, dieci passi in mezzo a una fiumana di gente e all’undicesimo già traballa. Dieci parole pronunciate tutte insieme in un discorso sono un’esagerazione, le pronuncia soltanto quando ha una bella pagina scritta sotto gli occhi.

“Anna aspetta più di quel che ha”

Tante aspettative, tanti sogni, tante illusioni, tante delusioni. Ma lei continua a sperare, attende che un vento freddo proveniente dall’est la travolga e le faccia volare lontano la sciarpa che tiene solitamente attorcigliata attorno al collo esile e allungato. Vorrebbe che quella sciarpa la conducesse in un posto che non ha mai visitato, non ha mai visto su una guida turistica o su un giornaletto per pendolari.

“Anna che si chiude in bagno quando a cena parlano di libertà.”

Anna è libera di parlare, correre, urlare, o meglio sarebbe libera. Tutto ciò però non le risulta affatto semplice poiché sente di essere in qualche modo schiava di un’ Anna leggermente forviata dalla sua veritiera personalità. Ricorda di essersi ammanettata un giorno, tanto tempo fa e di aver gettato le minuscole chiavi chissà dove. Il fatto è che non ricorda nemmeno il perché si sia incatenata  a quella figura che le somiglia, ma non più di tanto. Ha solo paura di parlare, correre, urlare, essere veramente se stessa.

Anna ha bisogno di essere amata per quello che ancora non è.

DSCN111vIl bisogno è grande ed è probabilmente l’unica possibilità che Anna ha per liberarsi da quella strana maschera che si è cucita addosso. Amandola, amandosi, amando, Anna potrebbe capire come funziona il mondo, come funziona il suo mondo. Ha letto di tanti uomini e donne, ha visto tante madri e tanti figli, ha sentito di effusioni tra animali e tutto il mondo le è sembrato pervaso da qualcosa capace di trasformare in qualcosa che esso stesso non è.

Non è sorridendo che lo ha trovato.

Non è truccandosi che lo ha individuato.

Non è tremando che lo ha scovato.

Non è aspettando che lo ha sorpreso.

Non è rinchiudendosi che lo ha incontrato.

Non è rinunciando ad essere se stessa che lo ha rintracciato.

E pensare che il nome “Anna” comincia con la stessa lettera…

(“Canzone di Anna”- Fabi Silvestri Gazzè)