un caSO che diventa caOS

CASO
arrivi
te ne vai
non sai più dove stai
il nome che hai
la voglia ormai
partita di testa
finita la festa
ricordi soltanto
un brutto momento
di pioggia e vento
firma sul testamento
testa nel firmamento
arrivi
te ne vai
non sai più che fai
il sapore di cui sai
saponetta di marsiglia
logora si meraviglia
contando le miglia
del viaggio di ritorno
verso il posto di non ricordo
arrivi
te ne vai
non sai più come mai
il dentifricio terminato
il biglietto obliterato
non ti resta che partire
restare è solo soffrire
prendi i guanti di lana
rossa che pizzica
tanti fili e nessun legame
lo scudo per il mondo infame
CAOS
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Come quando

Come quando ti capita, per caso e per fortuna, di giungere in un luogo la cui strada, piena zeppa di sassolini, è già stata battuta da stuoli di piedi, tra cui i tuoi.

Sassolini cangianti alla luce del sole, più o meno logori, irregolari nella forma, agglomerati su cumuli di terra o isolati su quadrati di cemento: si distendono e sembrano accoglierti; pare che siano appositamente adagiati  sul tappeto che si srotola davanti ai tuoi occhi e ti invitino a calpestarli. Masochismo? Solamente desiderio di vita. Del resto, è evidente, sono pur sempre sassi: cos’altro mai potrebbero desiderare? Si tratta di un bisogno insito, sopito, del quale non sono propriamente consapevoli, essendo privi di un qualsiasi soffio vitale.

Come quando ti capita, per sbaglio e per sfortuna, di sentirti come uno di quei sassolini, incapace di muoverti, affidato ai piedi di qualche passante che con un calcetto può provocare il tuo spostamento, il superamento del tuo immobilismo.

Quasi per magia, non recepisci l’essere calpestato come sinonimo di inferiorità, bensì bramosia di apprezzamento. Il sassolino ambisce che un paio di sandali da bambino lo rivitalizzino. Farsi mettere i piedi in testa volutamente suona un po’ strano, ma in questi casi ti permette di respirare.

Come quando ti capita, per caso e per sbaglio, per fortuna e per sfortuna, di indossare un paio di scarpe da ginnastica e camminare così a lungo tanto da finire col perdere il conto di quanti sassolini si sono intrufolati al suo interno.