[senza] tre caffè

-Buongiorno, un caffè

-Buongiorno signore, si accontenta di un caffè?

-Sì, di un semplice c-a-f-f-è, con la e accentata

-Non ha particolari esigenze?

-Cosa intende? Dovrei farcirlo?

-Dove glielo dovrei versare?

-Dovrei pretendere che me lo presentasse in modo da stimolare l’appetito?

-Non saprei. Lo preferisce in tazza grande, da portar via in un bicchiere di cartone dove può scriverci il nome, col coperchio di plastica, versato delicatamente dentro una tazza in maiolica blu, in un recipiente di vetro per non scottarsi le dita? Dica lei

-Non mi ero mai fermato a pensare dove avrei più piacere di bere un caffè. Me l’hanno sempre portato in tazzine bianche, a volte col piattino

-Benissimo, vada per la tazza classica. Allora entriamo nello specifico: espresso, deca, cappuccino, mokaccino, d’orzo, ginseng, americano, freddo, irish, corretto, americano, in ghiaccio con latte di mandorla, brasiliano, schiumato, macchiato

-Credo che sceglierò il primo, anche perché degli altri che ha elencato in maniera oserei dire impeccabile, ahimè, non ne conosco uno e se le chiedessi di puntualizzare su tutte le tipologie, credo che creeremmo una fila lunga fino alla strada

-Espresso, capito. Passiamo alla temperatura: caldo intenso, meno tiepido più caldo, tiepido-caldo, assolutamente tiepido, tendente al freddo, freddo, freddo con ghiaccio

-Mi chiedevo se esistesse un menù in cui avere la possibilità di leggere le varianti: mi sono già perso

-Signore, il menù scritto non esiste, però, se vuole, posso riparare prendendo immediatamente un foglio e una penna e scrivendole il riepilogo

-Se le dicessi semplicemente caldo?

-Vedrò quello che posso fare. Non dimentichiamo lo zucchero o qualcosa per dolcificare, sempre che ne abbia bisogno: zucchero raffinato, zucchero grezzo di canna, zucchero di canna integrale, zucchero di canna integrale biologico. Passando ai dolcificanti naturali: goccio di miele, fruttosio, destrosio, stevia, mannitolo

-Sbaglio a non metterci niente dentro? Pecco di qualcosa?

-Gusti personali. Deve sapere che centinaia di gomiti si poggiano su questo bancone di marmo ogni giorno e pretendono l’impossibile. Le richieste più disparate: il latte senza latte, la brioche senza zucchero, la zuppa senza glutammato, l’insalata senza i semi nei pomodori, l’acqua senza idrogeno. Guai a storcere il naso o assumere un’espressione contrariata o per lo meno di incomprensione: quello di là che sorveglia tutto se ne accorge e ci fa togliere immediatamente il grembiule.

-Va di moda il senza a quanto pare. In questo caso però non pare che venga a mancare qualcosa, anzi si mette sul fuoco più roba, roba particolare, introvabile. Il senza con valore aggiuntivo, il meno con valore di più. Voglio dire che più si tolgono ingredienti, più si deve arrabbattarsi per trovarne dei sostituti perché, si sa, le cose non sono fatte d’aria, ci vuol pur qualcosa per farle stare in piedi.

-Ha compreso e per questo si merita il semplice c-a-f-f-è che mi aveva chiesto inizialmente

-Ma io non merito proprio niente: non è mica una gara a chi fa la richiesta più originale! Avevo solamente voglia di un qualcosa che favorisse il risveglio mattutino e mi desse la carica per affrontare la giornata. Dopo queste riflessioni, però, la miscela nera galleggiante nella tazzina apparirà ai miei occhi come un vortice vizioso di senza in cui affogare e io sarò tentato di non usare la ciambella o il giubbottino di salvataggio.

-Non era mia intenzione rovinarle la giornata. Non lo dica al sorvegliante, la prego. Resetti la conversazione, dimentichi senza troppi pensieri

-Anche lei ha usato un senza di troppo. Vorrà dire che per oggi faccio a meno di un caffè. Ma non rimarrò senza un caffè: anzi, ne ordinerò tre!

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29 Settembre… quarantotto anni dopo

risvolti

Seduto in quel Caffè

O Lounge bar? O Cocktail bar? Luogopergentechevuolebereestareinmezzodistrada bar?

io non pensavo a te…

non per mia volontà. Piuttosto perché, in un posto del genere, sono troppe le cose a cui si doveva prestare attenzione e occhio: parate di capelli lunghi che si lasciavano dietro scie di Chanel n° qualsiasi, nubi di fumo di sigarette e tappeti di mozziconi sull’ asfalto, scalini affollati di gente seduta davanti a portoni di palazzine in cui la signora del terzo piano ha già posto accanto alla finestra sul corso un secchio colmo di acqua fredda.

7

Guardavo il mondo che girava intorno a me…

E girava, girava… Avevo cominciato con un piccolo bicchierino di liquido trasparente: pensavo fosse acqua, lo stomaco in seguito avrebbe svelato l’inganno. Il regolamento del venerdì sera parlava chiaro: o trangugiavi fette di prosciutto adagiate su taglieri e quindi forse insaccate insieme a schegge di legno o scolavi due o tre bicchieroni di alcool col rischio che ti si ghiacciassero le dita nella presa o non eri nessuno. Quella sera volevo essere qualcuno. “Qualcuno” : così volevo rispondere a quel tale del bar con l’occhio pio che chiedeva sempre quale fosse il mio nome.

Poi d’improvviso lei sorrise e, ancora prima di capire, mi trovai sottobraccio a lei, stretto come se non ci fosse che lei.

La luce del lampione aureolava la chioma di una figura di cui non distinguevo forma, colore, odore. Una fessura orizzontale brillava nel bel mezzo del viso come due fanali gialli che illuminano una galleria di notte. D’un tratto la folla di uomini fumanti, l’odore di menta e lime, le fette di pane e le briciole salate di patatine sul bancone, il tizio con l’occhio semichiuso perdevano consistenza visiva e tattile. La svolta del venerdì sera e il risvolto dei suoi pantaloni neri, la sbronza in un bar affollato e la stronza che mi teneva per il braccio, indicandomi la strada del ritorno.

8Vedevo solo lei e non pensavo a te. E tutta la città correva incontro a noi. Il buio ci trovò vicini, un ristorante e poi di corsa a ballar sottobraccio a lei, stretto verso casa abbracciato a lei, quasi come se non ci fosse che, quasi come se non ci fosse che lei.

Eravamo solo io e lei, di cui ancora non riuscivo a delineare confini, toni cromatici, olezzi. Ma eravamo solo io e lei, i passi miei incespicati e gli occhi suoi pieni di cispe, la mia testa sgombra e la sua presenza ingombrante. Non pensavo a te in quell’istante: il pensiero era totalmente catturato dall’enigma che si celava dietro la figura chimerica. Ricordo di strade desolate, lande asfaltate, di una città a cui non ero mai appartenuto, di melodie martellanti che sorvolavano su una pista da ballo dove vecchietti danzavano il walzer durante le sere estive.

Mi son svegliato e sto pensando a te. Ricordo solo che, che ieri non eri con me… Il sole ha cancellato tutto, di colpo volo giù dal letto e corro lì al telefono

Camera! Letto! Sete! È sabato mattina e, per mia volontà, sto pensando a te. Penso ai rimproveri che farai quando il tizio del bar ti spiffererà quel che è accaduto ieri sera, penso alle grida che aggrediranno le mie orecchie e quelle dei vicini, penso al sorriso dolce che riceverò in dono nel momento in cui deciderai, forse, tra un mese, di perdonarmi. Scendo dal letto dirigendomi in cucina e scorgo sul tavolo un bicchierone di acqua fredda che aspetta di essere sorseggiato d’un fiato, come il bicchierino del venerdì sera. La luce del sole che penetra dalla finestra del soggiorno aureola la chioma di una figura familiare, poco più in basso una fessura orizzontale brilla. Comincio a distinguere e colorare. Inciampico sui miei passi, ma tu non hai più gli occhi pieni di cispe. La testa si ingombra di domande, ma la tua presenza non è affatto ingombrante. Il telefono suona con Spotify il valzer del moscerino e non so più se sia realtà o sogno. Mi guardi con fare beffardo e poco comprensivo, bensì il sorriso seguita a splendere. Io, te e la sconosciuta ora riconosciuta. Non posso altro che parlare, ridere e amarti, irragionevolmente.

Parlo, rido e tu non sai perché t’amo. T’amo e tu, tu non sai perché.

9(29 Settembre- Equipe 84, Mogol- Battisti)

Inquadramento

edouard_manet_004_bar_alle_folies_bergère_1882(Un bar aux Folies Bergère-Édouard Manet)

“Gli acrobati che si penzolano dal soffitto indossano delle curiose scarpette colorate. Potessi guardarle da vicino con uno di quei binocoli che si appoggiano sugli occhi impiastricciati delle donne presenti in sala! Potessi sedermi su una di quelle seggioline imbottite e vellutate e godermi lo spettacolo in tranquillità! Tante piccole formiche sembrano solleticare i miei piedi, rappresi in un paio di scarpe che la zia mi ha caldamente invitato a calzare. Tutto ciò che indosso proviene dall’armadio della zia, a cui, probabilmente, piacciono le cose striminzite, urticanti e impregnate di colonia. Oltre a distrarmi dal nauseante odore che arriva al mio naso quando verso del cognac, l’essenza mi ricorda anche la mamma: quando andavamo a trovare la nonna, la mamma sembrava volere accumulare, con qualche respiro di troppo, il profumo che aleggiava in tutte le stanze dorate. Le sarebbe piaciuto potersi sedere accanto alla zia, qui, di fronte ai miei occhi. Le piacevano le piume, ma non quelle che era abituata a vedere tutti i giorni, sporche di terra; le piacevano le piume bianche che vedeva sbucare ogni tanto dalle nostre parti da qualche tendina di qualche carrozza malcapitata. La mamma mi parlava sempre della città, delle luci, del divertimento agli spettacoli. Ora mi confronto con le sue parole troppo gentili e fantasiose e non sono sicura che lo sfarzo che si immaginava sia davvero sinonimo di belle vie. Almeno non come la intendo io. Il bancone è ormai divenuto il mio unico punto di sostegno: da esso ricavo il necessario sostentamento per la vita di tutti i giorni. La zia è stata gentile ad offrirmi la possibilità di servire i clienti e non, che so, di servire a loro, agli uomini, per altri scopi. Molte approfittano della debolezza carnale per poter trarne vantaggi, ritrovandosi ad assomigliare ai liquori: vengono bevuti in un sorso, in un piccolo istante, per il solo gusto di brindare in compagnia e di trarne benefici nell’immediato. L’effetto diversivo che ne deriva induce il bevitore ad abusarne, incapace di aspettare un qualcosa che lo soddisfi pienamente. Non so perché ma ho la sensazione che anche io stia aspettando qualcosa. Forse sto aspettando che un uomo bagnato nel suo giaccone nero mi chieda se posso parlargli della mia vita, del mio lavoro, della mia apparente infelicità. Forse sto aspettando che il caffè rimanga vuoto nel suo silenzio affinché io possa approfittare del lucido pavimento che mi inviti a piroettare. Forse sto aspettando che, appena fuori il caffè, l’uomo, a cui non avevo dato l’impressione di essere una cameriera, una sempliciotta di campagna, mi stia offrendo di camminare e di ascoltare il rumore delle scarpe che scricchiolano. Forse sto aspettando che quell’uomo si avvicini al mio orecchio e sussurri: “Rintocca la mezzanotte, l’attesa è finita. Puoi penzolarti dal soffitto ed indossare scarpe colorate”.”

Il locale cominciava ad acquietarsi e, quando ormai anche gli equilibristi si erano spogliati degli abiti di scena, una figura di donna si divertiva a volteggiare nella sala, tenendo in mano una scopa, mentre il bouquet di fiori balzava in terra, appassito. L’atmosfera festosa si incupiva sempre più ma la ragazza del caffè si rallegrava al rintocco della mezzanotte. La porta si chiuse per l’ultima volta. Ora indossava un lungo cappotto color cammello, un cappello su cui trionfava una piuma bianca e curiose scarpe colorate che attendevano, impazienti, il momento in cui avrebbero potuto giocare con l’acqua delle pozzanghere.

L’attesa non era stata vana.

La vidi penzolarsi su un’altalena. Le funi erano attaccate all’insegna del caffè.