fiordilatte

La paletta di plastica verde acceso era scivolata tra le dita imprudenti di un bambino con due pomelli aranciati. Nell’altra mano stringeva con fervore un cono di cialda impreziosito da decori a nido d’ape. Il miele colato da un cucchiaino di metallo grigio aveva colorato in parte il bianco una volta immacolato della nuvola di fiordilatte che sovrastava la montagna commestibile, la quale si trovava ad assumere una posizione insolita, testa all’ingiù e piedi per aria. La paletta era finita su una distesa di sassolini fastidiosi e rumorosi dopo che il bambino si era accovacciato incuriosito su una piccola pozzanghera d’acqua, rimasuglio del temporale del giorno precedente. Il riflesso che rendeva il minuscolo bacino d’acqua piovana fece apparire ai suoi occhi lucenti l’immagine della montagna: si trovava ora girata, nel senso ordinario, nella posizione ascensionale che è solita di tutte le montagne. Colto da spavento misto a stupore, ma soprattutto non sapendo più se dar retta alla pozzanghera o al gelataio e neanche da che parte rifarsi per gustare la nuvola dolce, le sue ditina lasciarono arrendevolmente la presa. Si accovacciò di nuovo, piantando il cono per terra, con la base che sguazzava tra le onde di vapore acqueo in cui si era dissolta e disciolta la nube fiordilatte. Ora, finalmente, il cono era tornato ad assumere la posizione che da sempre e al meglio gli si confaceva. Da quel giorno il bambino gustò la sua nuvola indorata da un filo mielato solamente in comode coppette scavate appositamente pensate per raccogliere e non per essere scalate. Sempre con una paletta di plastica verde acceso.

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Piccoli pensieri per grandi desideri-1

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Viaggiava di notte e di giorno sul suo treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso. C. non aveva molto da fare durante il dì: stava seduto su una sedia -sempre la stessa, da anni- a volte disegnava le giravolte di fumo più fantasiose e vaporose con cui la scia del treno fosse capace di lasciar traccia nell’aria. Erano fumi colorati, blu del cielo e arcobaleno aeriforme si fondevano sul foglio immacolato: sembrava prendessero vita. Avvicinando cautamente l’orecchio destro alla tela e ponendo la giusta dose di ascolto, cinguettii di passerotti e bisbiglii di passeggeri venivano talvolta sommessi dallo stridio dei freni alle diverse stazioni. In particolare, sovrastava anche i rumori più forti, la voce delicata e ingenua di un viso impallidito, incorniciato in un trionfo di boccoli dai riflessi rossi. Parlava al suo amico Orso, gli raccontava il viaggio che aveva intrapreso con Zaino In Spalla, nel quale aveva riposto Quaderno dei desideri su cui Lista A-Z appuntava tutti gli spostamenti. Bimba dai capelli rame aveva scelto quel treno proprio perché quel giorno, trovatasi davanti al tabellone degli orari e ai binari su cui sfrecciavano e sostavano i mezzi, il treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso si arrestò; a quel punto non poté ignorare la somiglianza di colori col boccolo che scendeva birichino, pizzicandole la fronte. Con Stivaletti di Vernice nera e Calzette bianche, viaggiava di giorno e di notte. Non stava mai ferma tanto che il suo sguardo incuriosito incrociava quelli infastiditi, incuriositi o indifferenti di tutti i passeggeri che salivano e scendevano. Un giorno Orso, Zaino e Lista confessarono apertamente a Bimba il desiderio di far conoscenza del conducente del veicolo su cui da un po’ erano ospiti, desiderio che, dal momento in cui Stivaletti si erano poggiati sulla moquette del treno, aveva infiammato ancora di più i suoi boccoli. Chiedendo informazioni al controllore, ormai diventato fedele compagno di viaggio, gli amichetti si diressero verso una cabina bianca nel mezzo alla quale trionfavano una porta nera e un cartello minaccioso, raffigurante il palmo di una mano apertissimo. Con fare timido e delicato, il viso ancora più impallidito bussò con tre colpetti, né troppo prolungati per non provocare disturbo o irritazione all’altro capo, né troppo sussultati affinché non si confondessero con altri rumori. La porta si aprì, senza nessuna voce di preavviso. Varcata la soglia, la cabina diventava un vano accogliente, in cui la luce non esitava ad effondersi. Tanti tasti e bottoni e segnali illuminati tempestavano il bancone sotto il finestrone centrale davanti al quale posata, ferma è decisa, stava piantata una sedia. Puntava dritto come lo sguardo che la occupava saldamente. Il gruppo si fece avanti, portandosi al fianco del monolite in mezzo alla stanza. Bimba, seguendo l’esempio, guardava avanti con le sopracciglia un po’ arcuate, ma i suoi occhietti non riuscivano a trattenersi dal lanciare sguardi fuggenti al granitico duo.
-Scusi, lei è Capotreno?
Esordì ad un tratto, talmente tanta era la sua curiosità
-Mi presento: sono Capotreno e dirigo il mio treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso da trentaedue anni, cinque mesi e qualche giorno.
La voce ferma ed elegante rimbombò nella cabina.
-Lei sa sempre dove andare?
-Ho il controllo del treno, il mio compito è assicurarmi che i meccanismi non si guastino, ma il percorso è già tracciato ed io non posso cambiarlo.
-L’itinerario del treno fiammeggiante, tinto e ridipinto di rosso è segnato; cosa mi dice del suo viaggio?
-Io non viaggio, permetto di viaggiare.
-E le sue idee, il treno dei suoi desideri? Non ci sale mai sopra?
C. voltò con grande lemma lo sguardo, quasi gli si fosse incriccato il collo a forza di stare sempre con lo sguardo in avanti. Fissò negli occhi Bimba, la pelle del viso si distese e le fece un cenno con l’indice a mo’ di invito. I boccoli rame sobbalzarono, lasciando scoperto un orecchio col quale ascoltare quelle che sarebbero state le uniche parole timide di C.
Il sussurro cessò e lo sguardo meno impallidito si girò all’indietro, puntando su una parete che, da quando era entrata, aveva ignorato.
Una parete tappezzata di tele su cui aleggiavano vapori arcobaleno, rumore di sferragliamento e bisbiglii e ghirigori rossi, fluenti, quasi fossero boccoli a zonzo per il mondo.

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verNICE

Mamma,

mi avevi promesso che sarebbe stata una festa grandiosa, di quelle che vorresti non finissero mai. Mi avevi raccontato di quando la nonna ti accompagnava sul lungomare di questa, per me, sconosciuta città e ti portava a passeggiare tra una folla di persone sorridenti. Persone contente di quel che facevano quotidianamente, con alle spalle un passato motivo d’orgoglio e occasione di celebrazione. Mi avevi parlato di bambini che scorrazzavano senza pensieri tra i granelli di sabbia, sui loro tricicli traballanti, cantando un motivetto melodioso che la maestra aveva insegnato loro proprio per quell’occasione. Il tuo entusiasmo era tale nel ricordare le tue estati in questo paese con la bandiera blu, bianca e rossa che mi aveva incuriosito terribilmente. Prima di stasera mi chiedevo quale magia sarebbe avvenuta, che sembianze avesse la fatina che sarebbe sorvolata a spargere polvere scintillante su questa distesa di mare e terra.
Mi hai un po’ deluso: speravo di far amicizia con qualche bambino della mia stessa altezza, un bambino che avesse parlato con gli occhi e non con la sua erre moscia. Speravo di rimanere estasiato e non solo assordato dalle luci e dai rumori dei fuochi d’artificio, sparati a tutta raffica. In effetti qualche sparo c’è stato però l’ho solo sentito. Dopodiché ho visto che le persone diventavano come i birilli del bowling. Ti ricordi di quella volta quando siamo andati anche con papà? Lui tirava talmente forte quella palla bianca che tutti i birilli cadevano a terra e sparivano tra le tendine. Una grossa, enorme e rumorosa palla bianca ha fatto strike stasera: forse il tiratore era anche più forte di papà. Al bowling i birilli venivano rimessi al loro posto, in piedi; ora non si muovono e sono a terra. I pedali dei tricicli viaggiano a vuoto e la polvere magica non scintilla, anzi sembra quasi fumo. La distesa di terra e mare è nera.

Ho perso i sandali di vernice che mi aveva regalato la nonna. Ho perso la tua mano che, fino ad un istante fa, stringevo.