Donna in azzurro che sta per leggere una lettera

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Sono qui, nella mia stanza piena di polvere e pensieri, e tengo in mano una lettera. O, per meglio dire, la lettera che per tempo immemore ho atteso. La carta è malconcia, la scrittura tremolante: chissà con quanta fretta e trascuratezza la penna ha macchiato la pagina strappata dal fondo di un libro trovato nella libreria, aperto casualmente. 23 maggio e non trovo il coraggio di leggere oltre. Una luce calda e avvolgente mi rassicura, scaldandomi il volto che sento essersi impallidito nell’istante in cui ho visto la cameriera entrare con la busta tra le mani. Le perle che compongono la collana, ormai gettata sul tavolo, non brillano più: avevano il compito di prestarmi un po’ di lucentezza per l’evento di stasera; ora altro non sono che preda dell’ignoto, come le parole impresse sul pezzo di carta, miseramente trattenuto dalla mia precaria stretta. La tunica azzurra non è abbastanza ampia per nascondere la vergogna e il desiderio irrefrenabile di leggere; al di sotto di essa, una presenza mi invita a distogliere lo sguardo, bensì percepisco la sua curiosità.

Vorrei poter scolorare la tunica per renderla di un bianco sgargiante, agghindandola di merletti e pizzi. Vorrei potermi aggrappare a mani forti e non a parole vaneggiate. Vorrei sentire l’odore tra le mani di un bouquet di fiori di campo piuttosto che di umidità di una soffitta. Vorrei che tutta la stanza fosse ricolma di luce e non ci fosse solamente uno spiraglio a farmi compagnia. Vorrei che lo strato di polvere sulla sedia alla mia destra non si fosse mai formato. Vorrei che il puntino segnato sulla cartina al mio fianco non fosse piantato così lontano. Vorrei avere il coraggio di strappare la lettera, slegare i capelli e riposare tranquilla, poggiando i piedi sulla sedia piena di polvere, accarezzando docilmente la superficie liscia e arrotondata del mio grembo.

(Jan Vermeer, Donna in azzurro che legge una lettera, 1663 ca, olio su tela, Amsterdam,  Rijksmuseum)

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Inquadramento

edouard_manet_004_bar_alle_folies_bergère_1882(Un bar aux Folies Bergère-Édouard Manet)

“Gli acrobati che si penzolano dal soffitto indossano delle curiose scarpette colorate. Potessi guardarle da vicino con uno di quei binocoli che si appoggiano sugli occhi impiastricciati delle donne presenti in sala! Potessi sedermi su una di quelle seggioline imbottite e vellutate e godermi lo spettacolo in tranquillità! Tante piccole formiche sembrano solleticare i miei piedi, rappresi in un paio di scarpe che la zia mi ha caldamente invitato a calzare. Tutto ciò che indosso proviene dall’armadio della zia, a cui, probabilmente, piacciono le cose striminzite, urticanti e impregnate di colonia. Oltre a distrarmi dal nauseante odore che arriva al mio naso quando verso del cognac, l’essenza mi ricorda anche la mamma: quando andavamo a trovare la nonna, la mamma sembrava volere accumulare, con qualche respiro di troppo, il profumo che aleggiava in tutte le stanze dorate. Le sarebbe piaciuto potersi sedere accanto alla zia, qui, di fronte ai miei occhi. Le piacevano le piume, ma non quelle che era abituata a vedere tutti i giorni, sporche di terra; le piacevano le piume bianche che vedeva sbucare ogni tanto dalle nostre parti da qualche tendina di qualche carrozza malcapitata. La mamma mi parlava sempre della città, delle luci, del divertimento agli spettacoli. Ora mi confronto con le sue parole troppo gentili e fantasiose e non sono sicura che lo sfarzo che si immaginava sia davvero sinonimo di belle vie. Almeno non come la intendo io. Il bancone è ormai divenuto il mio unico punto di sostegno: da esso ricavo il necessario sostentamento per la vita di tutti i giorni. La zia è stata gentile ad offrirmi la possibilità di servire i clienti e non, che so, di servire a loro, agli uomini, per altri scopi. Molte approfittano della debolezza carnale per poter trarne vantaggi, ritrovandosi ad assomigliare ai liquori: vengono bevuti in un sorso, in un piccolo istante, per il solo gusto di brindare in compagnia e di trarne benefici nell’immediato. L’effetto diversivo che ne deriva induce il bevitore ad abusarne, incapace di aspettare un qualcosa che lo soddisfi pienamente. Non so perché ma ho la sensazione che anche io stia aspettando qualcosa. Forse sto aspettando che un uomo bagnato nel suo giaccone nero mi chieda se posso parlargli della mia vita, del mio lavoro, della mia apparente infelicità. Forse sto aspettando che il caffè rimanga vuoto nel suo silenzio affinché io possa approfittare del lucido pavimento che mi inviti a piroettare. Forse sto aspettando che, appena fuori il caffè, l’uomo, a cui non avevo dato l’impressione di essere una cameriera, una sempliciotta di campagna, mi stia offrendo di camminare e di ascoltare il rumore delle scarpe che scricchiolano. Forse sto aspettando che quell’uomo si avvicini al mio orecchio e sussurri: “Rintocca la mezzanotte, l’attesa è finita. Puoi penzolarti dal soffitto ed indossare scarpe colorate”.”

Il locale cominciava ad acquietarsi e, quando ormai anche gli equilibristi si erano spogliati degli abiti di scena, una figura di donna si divertiva a volteggiare nella sala, tenendo in mano una scopa, mentre il bouquet di fiori balzava in terra, appassito. L’atmosfera festosa si incupiva sempre più ma la ragazza del caffè si rallegrava al rintocco della mezzanotte. La porta si chiuse per l’ultima volta. Ora indossava un lungo cappotto color cammello, un cappello su cui trionfava una piuma bianca e curiose scarpe colorate che attendevano, impazienti, il momento in cui avrebbero potuto giocare con l’acqua delle pozzanghere.

L’attesa non era stata vana.

La vidi penzolarsi su un’altalena. Le funi erano attaccate all’insegna del caffè.