res-ti-amo

Un sorriso gelato, un occhio velato, tutta te che mi sorride e mi guarda.

Un sorso di tè, una spolverata di zucchero a velo, tutto te che profuma.

Tutto il resto è un rumore lontano.

Un grido di paura, un brontolio di pancia, tutta te che mi parla.

Un grado di distanza, una danza estiva, tutto te che mi s’avvicina.

Tutto il resto è un rumore lontano.

Io che ascolto melodie melanconiche.

Io che ascolto silenzi sintetici.

Noi che ascoltiamo il rumore più vicino che c’è,

restiamo semplicemente io e te.

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P O I

F a  N i e n t e se P O I trovi in cantina un P a r a c a d u t e, lo indossi e un sorso d’ A c q u a  M i n e r a l e ti scende giù in gola glu-glu ma non riesci a sciogliere il D o p p i o  N o d o che chissà chi ha intrecciato. Le T u b a t u r e dell’organismo si tappano, il respiro e un sospiro d’affanno: vuoi ancora stare ore ed ore sul balcone per cercare di migliorare l’ A b b r o n z a t u r a? T’importa soltanto della tua immagine di bella col sole in fronte. E a me cosa resta se non una piccola finestra?  L e  F o t o  N o n  M e  L e  F a i  M a i . Foto di te, storie di te.

F a  N i e n t e se P O I te ne stai in disparte a guardare il gatto che fa come te l’indifferente, i vestiti che indossa la gente, il fumo che esala dalla mia mente.

F a  N i e n t e se P O I decidi di non uscire, vagare col pigiama a pallini per casa, rimpinzare lo zaino di ogni cosa, lavare la bici di corsa, preparare un piatto di pasta corta.

Con me fai tante storie, ma ne hai sempre poche da raccontare.

Col mondo ti inventi tante storie, ma ne hai sempre poche da dimostrare.

Tuffati senza costume da bagno nella piscina gonfiabile dei vicini. Non c’è  N i e n t e  D i  S t r a n o  a spogliarsi dei propri inganni, a lasciar scivolare via il nero finto dalla pelle. Tutt’al più succede un P a t a t r a c.

pie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(Giorgio Poi e i titoli delle canzoni dell’ album “Fa Niente”)

bacia brucia ama USA

bacia

Socchiuse, due paia di labbra si sono incrociate, slegate, serrate. Ricordano il mare quando incontra la sabbia sulla riva: singoli colori e calori in collisione in un unico tremore.

brucia

Tremanti, due cuori si scontrano affranti. L’incomprensione a braccetto con la diversità, dame di compagnia sotto un ombrellino di pizzo al riparo dal sole scottante di agosto.

ama

Agognati, i momenti di spensieratezza a rincorrersi nei campi di papaveri con le mani stracolme di fragole rosse. Amalgamate in un frullato da bere in un sorso, il sapore di buono espanso nell’aria.

USA

Arrivati, le strade si diramano. I segnali lampeggiano, confondendo anime in travaglio. Per sbaglio, sguardi voltati verso un paese lontano, di tuberi fritti e stelle e strisce.
Due biglietti, un bacio, due cuori, una strada.

Un po’ ci si am(eric)a, un po’ ci si USA.

 

(Bacia brucia ama usa– Leo Pari)

schiu(di)maggio

Schiuma di caffellatte​ galleggia in un bicchiere di carta accaldato. Fa tanti ghirigori quando il cucchiaino la pizzica dolcemente. Fa tante bollicine quando la strapazzano due mani affrettate. Fa tanti sbuffi quando un paio di labbra infreddolite le si accostano caute.

Finalmente una pausa. Stop. Arriva il momento d’arresto, ma del resto nessuno desiste fino in fondo. Fondali ricolmi di cuscini, strabuzzano di tappeti su cui riposare. Riponendo la testa di fianco, vedi il mondo tagliato a metà, tutto è appiattito, cielo e mare un minestrone blu. Una melodia blues pettina i capelli sonnecchianti, districando nodi di noi. Noi-no-oi-io. Senti solo il tuo respiro ritmicamente scandito, scandagli i minuti con un tamburello a sonagli. Suona qualcuno gli archi, architetta un potente sonnifero per una pausa. Una pausa: secondi pizzicati, ore strapazzate, mesi sbuffati.

Schiuma di caffellatte svanita con qualche sorseggio rumoroso. Bolle nello stomaco ballano tra sberleffi e sberle. Sono come bachi metamorfici, liberando le ali colorate, diventando farfalle assonnate.

 

hdr

un caSO che diventa caOS

CASO
arrivi
te ne vai
non sai più dove stai
il nome che hai
la voglia ormai
partita di testa
finita la festa
ricordi soltanto
un brutto momento
di pioggia e vento
firma sul testamento
testa nel firmamento
arrivi
te ne vai
non sai più che fai
il sapore di cui sai
saponetta di marsiglia
logora si meraviglia
contando le miglia
del viaggio di ritorno
verso il posto di non ricordo
arrivi
te ne vai
non sai più come mai
il dentifricio terminato
il biglietto obliterato
non ti resta che partire
restare è solo soffrire
prendi i guanti di lana
rossa che pizzica
tanti fili e nessun legame
lo scudo per il mondo infame
CAOS

fiordilatte

La paletta di plastica verde acceso era scivolata tra le dita imprudenti di un bambino con due pomelli aranciati. Nell’altra mano stringeva con fervore un cono di cialda impreziosito da decori a nido d’ape. Il miele colato da un cucchiaino di metallo grigio aveva colorato in parte il bianco una volta immacolato della nuvola di fiordilatte che sovrastava la montagna commestibile, la quale si trovava ad assumere una posizione insolita, testa all’ingiù e piedi per aria. La paletta era finita su una distesa di sassolini fastidiosi e rumorosi dopo che il bambino si era accovacciato incuriosito su una piccola pozzanghera d’acqua, rimasuglio del temporale del giorno precedente. Il riflesso che rendeva il minuscolo bacino d’acqua piovana fece apparire ai suoi occhi lucenti l’immagine della montagna: si trovava ora girata, nel senso ordinario, nella posizione ascensionale che è solita di tutte le montagne. Colto da spavento misto a stupore, ma soprattutto non sapendo più se dar retta alla pozzanghera o al gelataio e neanche da che parte rifarsi per gustare la nuvola dolce, le sue ditina lasciarono arrendevolmente la presa. Si accovacciò di nuovo, piantando il cono per terra, con la base che sguazzava tra le onde di vapore acqueo in cui si era dissolta e disciolta la nube fiordilatte. Ora, finalmente, il cono era tornato ad assumere la posizione che da sempre e al meglio gli si confaceva. Da quel giorno il bambino gustò la sua nuvola indorata da un filo mielato solamente in comode coppette scavate appositamente pensate per raccogliere e non per essere scalate. Sempre con una paletta di plastica verde acceso.

pa

Un tandem per 3

Dovevamo partire in 3- io, te e l’amore- ma uno non è venuto e non si parte

La mia valigia piena di coperte perché so che hai sempre freddo. La mia macchina fotografica scarica di file perché so che ti piace immortalare istanti. La mia testa svuotata perché so che, quando sono con te, capita spesso che si riempia di pensieri troppo dolci.

Non vedo la tua borsa, ma so che non adori portare sulle spalle grandi bagagli. Spalle così rotonde le tue tanto che i laccini di qualsiasi reggiseno che trovi in negozi francesi scivolano giù come se fossero al parco giochi di fronte casa mia.

Ho portato io l’occorrente necessario: spazzolini forti, dentifricio alla liquirizia, bagnoschiuma cioccolato e menta, accappatoi con cappucci con orecchie di bassotto, tazze per la colazione, di quelle che cambiano colore con il tè verde bollente, evidenziatori arancioni per “luoghi già visitati”, merendine al cocco, marmellata di lamponi e olio di ananas.

I biglietti sono sul tavolo, io ti aspetto sul tandem a tre posti parcheggiato in doppia fila. Hai detto che l’altro passeggero ci aspetta all’imbocco della pista ciclabile.

Ti sei scordata dei biglietti? Come faccio a tornare indietro? I miei muscoli non sono mica così resistenti. Il tempo ci fregherà, come del resto fa sempre, e il treno partirà.

Perché te ne staio seduta su quel gradino di cemento, non guardandomi nemmeno un momento?

Ti sei accorta di aver lasciato a casa tutto quello che ti serviva, ma non temere che la mia valigia basterà per entrambi.

Il cuccù si affaccia, mentre tu fai finta di guardare il polso: significa che tutto è in ritardo.

E’ solo tardi o non c’è mai stato un prima?

Che senso avrebbe avuto partire con un tandem a tre posti, se l’unico a pedalare sarei stato io?

Tu sei qui, ma lui non c’è. Tipo complicato da quanto mi hanno spifferato in giro. Promette grandi gite e sensazionali viaggi, finendo col tirarsi indietro nella maggior parte dei casi. Il tour operator stavolta ha fatto un gran buco nell’acqua.

Ci specchiamo nel laghetto di fianco alla stazione, trovo un sasso per terra e, raccogliendolo con delicatezza, lo tiro con forza nelle acque verdastre. Le onde si propagano come capelli strapazzati dal vento. Non resta che un riflesso solitario.

Un attimo fa eri accanto a me, mentre ora sei annegata. Maleducata tu che vai a fare il bagno senza invitare. Maleducato lui che non si presenta agli appuntamenti.

Tandem e valigia sono in garage; quando non sarà più tardi, potrete entrambi suonare il campanellino a forma di cuore che avevo attaccato sulla parte destra del manubrio.

(Ricominciamo da 3- Ex-Otago)