le tre età

La vedi quella luce? Sì, dico a te, ragazza con gli occhiali da sole. Sono lenti troppo scure e oscuranti quelle che indossi. Sono lenti troppo lenti, non ti si addicono, non possono calzare bene sul tuo viso allungato. Vedi, ti scivolano dal naso e sai bene che non potrai tenerlo arricciato in eterno. Tra poco comincerà a pizzicarti, per cui non avrai scampo: sarai costretta a grattarti. Nel farlo gli occhiali si divertiranno come i bambini sull’altalena e poi scapperanno via.
La vedi quella luce? Sì, dico a te, donna con lo sguardo incapace di guardare in alto. Vestiti, fogli, lavoro, bambini, forse marito. Non hai tempo per alzare gli occhi, il mascara potrebbe sciogliersi. Ma scaraventa tutto quello che ti occupa le mani e la testa: non noti quanto sia evocativo mirare all’ e l’ orizzonte? Prima o poi sarai costretta a scuotere la testa per allontanare il fastidioso ronzio di una zanzara che naviga tra le onde dei tuoi capelli e poi scapperà via.
La vedi quella luce? Sì, dico a te, anziana signora seduta davanti alla finestra di una triste, bianca ma nera, stanza. La scorgi in lontananza, ne senti la mancanza. Ricordi?  Ti scaldava le gambe, intente a pedalare e a lottare con l’attrito delle pieghe della lunga gonna a quadri che pazientemente ti eri cucita. Scaldava il cuore, lo faceva battere all’impazzata. Poggi una mano sul petto e quasi non lo senti più. Sembra solamente disposto a inseguire quella luce là in fondo. Ad un tratto scapperà via. E scapperai via.

letre

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candore

coll

Candida, la luce di una candela si candida per candeggiare una sera di candore, sotto un candelabro di stelle- che paiono canditi-che unite formano linee kandindskijane- in un candybar di Candia. Lontano il tempo della candelora, il viaggio di Candido sembra una candid camera. Ormai la notte candeggia, tanto che la luce della candela stria in bianco-rosa di Candoglia. Candelabre decorano il cielo e l’alba si candida per suggellare l’amore, candidamente nato sotto una luce di stella ca(n)dente.

coll

scorciatoie

Chissà come appare il mondo dall’alto.

Brulichio di insetti, formicolio di palazzi, macchie verdi e blu sparse, turbinio di emozioni.

Uccelli, aerei, mongolfiere, lanterne lanciate dopo una festa in spiaggia, stelle: rispetto ai noi, sette miliardi di corpi in fibrillazione continua sulla terra, in pochi possono permettersi la visuale dall’alto, la visione obiettiva. Non tutti i giorni ci capita di inerpicarci sulla vetta più aguzza o essere trasportati da un mezzo volatile; siamo destinati a osservare il nostro mondo attraverso scorci. Gli scorci sono infime, piccole parti di un tutto, percepito come qualcosa di molto grande, ma se essi non esistessero, di cosa quel definito sarebbe costituito? Niente e nessuno sono indispensabili per l’integrità del mondo, o come minimo, sono contingenti. Ma è pur vero che senza quel niente e quel nessuno, quei piccoli trattini orizzontali, senza l’incrocio perpendicolare di due meno, non sarebbe possibile la creazione del più.

Il mondo dal basso è (in)finitamente dettagliato e (in)definitamente disomogeneo.

Il mondo dall’alto è fin(i)tamente dettagliato, ma, ancora, indefinitamente (dis)omogeneo.