CATENE

Un ghiaccio improvviso congela il sorriso

Un sorriso nel sacchetto per surgelare

Un sacchetto in cui sguazza il pesce rosso e sciagurato

Un rosso col quale si tinge il tramonto di stasera

Un tramonto dove lo sguardo naufraga e si perde

Uno sguardo che improvviso congela IL sorriso

Catene di parole e catene di emozioni,

tutto il mondo è incatenato,

le persone sono incatenate.

catene sì o no?

catene per legami indissolubili

catene per condannati imperdonabili

catenecollage

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FIN[i]TA

Facciamo finta che io mi addormento e quando mi sveglio è tutto passato

Facciamo finta che, dopo l’incubo della notte, arriva il sogno nel giorno.

Facciamo finta che il sogno nel giorno di una vita reale cominci con il bianco delle lenzuola profumate di rosa e con il sudore emanato dall’abbraccio della mia mano con la tua.

Facciamo finta che un raggio di sole filtri dispettoso tra i buchi delle persiane e milioni di pulviscoli di polvere volteggino sul tappeto luminoso.

Facciamo finta che abbia fame di cornetti riscaldati nel microonde, gonfi di crema gialla, inzuppati in un caffellatte amaro.

Facciamo finta che, sbadato come sono, ne versi un bel po’ sulle lenzuola un tempo bianche e mi debba alzare e lasciarti la mano.

Facciamo finta che lo sgrassatore per pavimenti, il flacone della candeggina, il bicarbonato siano finiti e il telefono da cui avere informazioni per togliere le macchie sia scarico.

Facciamo finta che le macchie ancora troneggino sul candore delle lenzuola e tu sia rimasta immobile ad osservarla.

Facciamo finta che ormai i cornetti siano freddi e la crema si sia scolorita, che la tua mano sia ad abbracciarne un’altra e che il sole non si diverta più con i granelli di polvere.

Facciamo finta che mi maledica per aver fatto finta di essermi svegliato in un sogno di giorno.

Facciamo finta che l’incubo finisca e che mi ritrovi a non far più finta.

Insomma, facciamola finita.

(Niccolò Fabi- Facciamo finta)

Come quando

Come quando ti capita, per caso e per fortuna, di giungere in un luogo la cui strada, piena zeppa di sassolini, è già stata battuta da stuoli di piedi, tra cui i tuoi.

Sassolini cangianti alla luce del sole, più o meno logori, irregolari nella forma, agglomerati su cumuli di terra o isolati su quadrati di cemento: si distendono e sembrano accoglierti; pare che siano appositamente adagiati  sul tappeto che si srotola davanti ai tuoi occhi e ti invitino a calpestarli. Masochismo? Solamente desiderio di vita. Del resto, è evidente, sono pur sempre sassi: cos’altro mai potrebbero desiderare? Si tratta di un bisogno insito, sopito, del quale non sono propriamente consapevoli, essendo privi di un qualsiasi soffio vitale.

Come quando ti capita, per sbaglio e per sfortuna, di sentirti come uno di quei sassolini, incapace di muoverti, affidato ai piedi di qualche passante che con un calcetto può provocare il tuo spostamento, il superamento del tuo immobilismo.

Quasi per magia, non recepisci l’essere calpestato come sinonimo di inferiorità, bensì bramosia di apprezzamento. Il sassolino ambisce che un paio di sandali da bambino lo rivitalizzino. Farsi mettere i piedi in testa volutamente suona un po’ strano, ma in questi casi ti permette di respirare.

Come quando ti capita, per caso e per sbaglio, per fortuna e per sfortuna, di indossare un paio di scarpe da ginnastica e camminare così a lungo tanto da finire col perdere il conto di quanti sassolini si sono intrufolati al suo interno.