29 Settembre… quarantotto anni dopo

risvolti

Seduto in quel Caffè

O Lounge bar? O Cocktail bar? Luogopergentechevuolebereestareinmezzodistrada bar?

io non pensavo a te…

non per mia volontà. Piuttosto perché, in un posto del genere, sono troppe le cose a cui si doveva prestare attenzione e occhio: parate di capelli lunghi che si lasciavano dietro scie di Chanel n° qualsiasi, nubi di fumo di sigarette e tappeti di mozziconi sull’ asfalto, scalini affollati di gente seduta davanti a portoni di palazzine in cui la signora del terzo piano ha già posto accanto alla finestra sul corso un secchio colmo di acqua fredda.

7

Guardavo il mondo che girava intorno a me…

E girava, girava… Avevo cominciato con un piccolo bicchierino di liquido trasparente: pensavo fosse acqua, lo stomaco in seguito avrebbe svelato l’inganno. Il regolamento del venerdì sera parlava chiaro: o trangugiavi fette di prosciutto adagiate su taglieri e quindi forse insaccate insieme a schegge di legno o scolavi due o tre bicchieroni di alcool col rischio che ti si ghiacciassero le dita nella presa o non eri nessuno. Quella sera volevo essere qualcuno. “Qualcuno” : così volevo rispondere a quel tale del bar con l’occhio pio che chiedeva sempre quale fosse il mio nome.

Poi d’improvviso lei sorrise e, ancora prima di capire, mi trovai sottobraccio a lei, stretto come se non ci fosse che lei.

La luce del lampione aureolava la chioma di una figura di cui non distinguevo forma, colore, odore. Una fessura orizzontale brillava nel bel mezzo del viso come due fanali gialli che illuminano una galleria di notte. D’un tratto la folla di uomini fumanti, l’odore di menta e lime, le fette di pane e le briciole salate di patatine sul bancone, il tizio con l’occhio semichiuso perdevano consistenza visiva e tattile. La svolta del venerdì sera e il risvolto dei suoi pantaloni neri, la sbronza in un bar affollato e la stronza che mi teneva per il braccio, indicandomi la strada del ritorno.

8Vedevo solo lei e non pensavo a te. E tutta la città correva incontro a noi. Il buio ci trovò vicini, un ristorante e poi di corsa a ballar sottobraccio a lei, stretto verso casa abbracciato a lei, quasi come se non ci fosse che, quasi come se non ci fosse che lei.

Eravamo solo io e lei, di cui ancora non riuscivo a delineare confini, toni cromatici, olezzi. Ma eravamo solo io e lei, i passi miei incespicati e gli occhi suoi pieni di cispe, la mia testa sgombra e la sua presenza ingombrante. Non pensavo a te in quell’istante: il pensiero era totalmente catturato dall’enigma che si celava dietro la figura chimerica. Ricordo di strade desolate, lande asfaltate, di una città a cui non ero mai appartenuto, di melodie martellanti che sorvolavano su una pista da ballo dove vecchietti danzavano il walzer durante le sere estive.

Mi son svegliato e sto pensando a te. Ricordo solo che, che ieri non eri con me… Il sole ha cancellato tutto, di colpo volo giù dal letto e corro lì al telefono

Camera! Letto! Sete! È sabato mattina e, per mia volontà, sto pensando a te. Penso ai rimproveri che farai quando il tizio del bar ti spiffererà quel che è accaduto ieri sera, penso alle grida che aggrediranno le mie orecchie e quelle dei vicini, penso al sorriso dolce che riceverò in dono nel momento in cui deciderai, forse, tra un mese, di perdonarmi. Scendo dal letto dirigendomi in cucina e scorgo sul tavolo un bicchierone di acqua fredda che aspetta di essere sorseggiato d’un fiato, come il bicchierino del venerdì sera. La luce del sole che penetra dalla finestra del soggiorno aureola la chioma di una figura familiare, poco più in basso una fessura orizzontale brilla. Comincio a distinguere e colorare. Inciampico sui miei passi, ma tu non hai più gli occhi pieni di cispe. La testa si ingombra di domande, ma la tua presenza non è affatto ingombrante. Il telefono suona con Spotify il valzer del moscerino e non so più se sia realtà o sogno. Mi guardi con fare beffardo e poco comprensivo, bensì il sorriso seguita a splendere. Io, te e la sconosciuta ora riconosciuta. Non posso altro che parlare, ridere e amarti, irragionevolmente.

Parlo, rido e tu non sai perché t’amo. T’amo e tu, tu non sai perché.

9(29 Settembre- Equipe 84, Mogol- Battisti)

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Ti è mai successo – ossimori

Ti è mai successo di guardare il mare, fissare un punto all’ orizzonte e dire: “E’ questo il modo in cui vorrei scappare, andando avanti, sempre avanti, senza mai arrivare…”gre

Il mare, il cielo. Nel mezzo una linea o solamente un’illusione ottica? L’orizzonte si limita o si mescola nella compenetrazione tra acqua ed aria? Dipende dall’ attitudine con cui ti proponi di osservare. Riesci a fissarne un punto solamente se non ti importa di distinguere se vi sia una soglia o se tutto sia preda dell’informe. Riesci a fissarne un punto solamente quando ti rendi conto che quel punto vorresti essere tu. Così apparentemente lontano, senza dimora fissa, è impossibile non associarvi libertà, spensieratezza, disinibizione. Indossare i panni ristretti di quel puntino vorrebbe dire scappare, inneggiare alla liberazione, salire su una zattera e sventolare una bandiera tricolore al vento. “Avanti, sempre avanti!” come se non vi fosse mai un porto a cui attraccare, il calore di una casa a cui fare ritorno, le gambe di un nonno su cui sedere ed ascoltare favole.

In fondo, in fondo è questo il senso del nostro vagare: felicità è qualcosa da cercare senza mai trovare, gettarsi in acqua e non temere di annegare: 

sea“E il naufragar m’è dolce in questo mare”: è proprio vero. Vagare, naufragare, disperdersi, lasciarsi cullare dalle onde, dal vorticoso moto della vita. Siamo stati creati con una mente capace di elaborare pensieri, dedurre, creare, con una scatola cranica che ci permetta di superare la ferinità primordiale. Ebbene, sembra essere proprio questa la condanna razionalmente felice dell’umanità, ossimoro dell’uomo che è in grado di sfruttare l’intelletto e tuttavia portato ad abbandonarsi ad un destino logoro di troppi pensieri. La ricerca ossessiva della famigerata libertà non può essere che la riprova dell’ ossimorica attitudine dell’uomo nel guardare il mare: desiderio incontrollabile, bensì inevitabile rinuncia. Avere l’ardore di rincorrerla, ma non avere la superstizione di raggiungerla: forse solo così si può risolvere l’antitesi irrisolvibile e lasciarsi trasportare su ali di carta, sull’ orizzonte [in]distinto di mare e cielo.

a me è successo e ora so volare.

sea2

(Ti è mai successo- Negramaro)

co(come)ri d(‘)estati

Termina l’estate. Stazione Termini. Valigie- ahinoi ancora per poco- riempite di costumi da bagno, a fiori, hawaiani, insaporiti di sale: faranno ritorno nei ripostigli, nei garages. Le Hawaii e due sposini freschi freschi che non possono permettersi altro che una luna di miele- un sole di marmellata, un pianeta di nutella- nella punta dello stivale. Ed è questa parecchio appuntita e trapuntata tanto che non si rivela facil questione lo scovare e lo scavare nella sabbia un buco per piantare l’ombrellone, considerata la distesa impercettibile di punte impiantate tra i granelli. Freschi freschi come i cocomeri lasciati freddare in un secchio d’acqua. Cocomeri zuppi di semi che pazientemente tanti coltelli cocomeri2estrapolano dalle miniere di polpa rossa. Il rosso delle fette succulenti come delle fette serotine di cielo assottigliato tramuta, perde di vigore. Con rigore risalgono sul treno i due sposini e tornano a casa. Piuttosto tornano di casa. Sembra quasi una nascita, la loro. Il fiocco sul portone non ha colore tuttavia il nuovo appartamento strabuzza di giallo, bordeaux, marrone. Tramonta una stagione, subito un’altra vi si sovrappone. Dalle viscere del torrido caldo cominceranno a venir meno i capelli dalle teste, le foglie dagli alberi. E il nuovo appartamento diventerà obsoleto e il fiocco- ops– si disfarà e i due sposini risaliranno e riscenderanno, ma il sogno delle Hawaii rimarrà ancora segregato tra le celle dell’alveare per la produzione di miele. Il tramonto tornerà a rinvigorire e a spengersi e i coltelli da cocomero riapriranno e richiuderanno le serrande delle loro miniere estive. Tutto tornerà e sparirà. I ripostigli continueranno a ricolmarsi come le spiagge della punta dello stivale. Chissà quante paia di stivali stipati sulle mensole, tra barattoli di marmellata e set di valige dimenticate, prede predilette di granelli di polvere! I due sposini tramontati ricorderanno la nube di polvere levatasi durante un temporale estivo mentre ammiravano, riparati in una casetta sul mare infuriato, attraverso un vetro appannato, la rivoluzione del vento e il vortice addit-ato. Venti dita su una pancia, di forma somigliante ai cocomeri lasciati freddare in un secchio d’acqua, ed un fiocco tinteggiato dei colori dell’appartamento autunnale. Miele dolcissimo ad Honolulu, luci abbaglianti a LA, annuncio del ritorno a Ciampino. Stazione Termini. Termina l’estate.

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