Prime luci

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Riviveva. Ripensava a ciò che le aveva solcato il volto, alle cicatrici che si erano impresse sulle gambe, ai volti perduti tra la brulicante folla dopo uno sfuggevole incontro per strada, alle mani sudate che aveva stretto, ai pochi e silenziosi abbracci che aveva avuto il coraggio di donare.

Sedeva. Una panchina, costruita di materiale a cui non sapeva attribuire un nome, come del resto accade per molte cose al mondo, sorreggeva il suo corpo.  Pareva quasi volesse sollevare quel corpo, incentivata anche dal suo minimo peso. Leggero era il corpo, poiché spogliato da qualsiasi abito di remore, rimpianti, rimorsi. Leggero, poiché sentiva l’ardore di librarsi per aria e disegnare ghirigori sulla distesa azzurrina come supponeva stessero facendo alcuni uccellini, i cui cinguettii deliziavano da lontano le sue orecchie. Orecchie attente: l’ugola di un gallo troppo strozzata, le ventole di un condizionatore da ore in azione, le gocce che cadevano a momenti alterni dalla grondaia del terrazzo di fronte, l’inattesa, l’inaspettata, la sospetta ma misteriosamente gradevole quiete latente del silenzio. Poi un suono di sirena d’ambulanza che correva senza troppo affanno, considerando il fatto che le auto di domenica mattina, prima dell’ alba, preferiscono riposare ancora un po’, come i loro padroni. Intanto salivano le prime luci, qualche striscia grigiastra pennellava il cielo giovane, puro, il quale era in combutta con l’emisfero notturno, oscuro, quasi giunto al termine del suo vivere.

Viveva. E pensava di non aver vissuto fino ad allora.

Si emozionava. Non rifuggiva i ricordi più prossimi. Il gesto dello sfiorare la punta arrotondata dell’unghia su una pelle liscia, piena di pori da cui esalavano vapori di voglia di emozioni, a sua volta. Proprio in quell’istante le ventole del condizionatore cessavano di girare e di contribuire ad alimentare la tempesta di pensieri che si abbatteva sulla quiete del momento. Ora la quiete non più latente. Ormai non vi erano più vie di fuga. Era tenuta e obbligata a fare i conti con se stessa.

Prendeva una penna in mano. Non era mai stata portata per la matematica: una semplice interrogazione sulle tabelline le creava un tale stato d’ansia. Sapeva cavarsela con le operazioni più semplici, quando cani, gatti, zucchine, indumenti diventavano anulare, mignolo, pollice. Uno più uno più uno uguale tre. Tre i lampioncini del giardino di fronte che le avevano dato il buongiorno, spegnendosi. Uno più uno più uno più uno uguale quattro. Quattro le mele che aveva addentato gustosamente il giorno precedente, per evitare in modo tassativo di dover incontrare qualche medico e toglierselo quanto prima di torno. Uno più uno uguale due. Due erano le persone che sedevano la sera del giorno precedente su quella panchina. Due meno uno. Uno, rimaneva quell’uno, una lineetta. Una linea allungata verticalmente, paragonabile grosso modo all’antenna posizionata sul tetto della casa di fronte. Le due lineette si distinguevano per un particolare non indifferente: nella parte superiore la prima era corredata non di spunzoni e frecce metalliche, bensì di mani grandi, pronte a mandare in onda trasmissioni di affetto piuttosto che televisive.

Sorrideva fra sé. Uno zampillo, rimasuglio di tempesta, cadeva sulla balaustra del terrazzo della casa di fronte e si scomponeva in mille frantumi liquidi. Mille parevano anche gli uccelli, i quali, pigolio dopo pigolio, avevano moltiplicato la loro armonizzazione. Le luci abbagliavano fiocamente, rinvigorivano ogni qual volta lo sguardo si alzava verso il cielo cristallino, immerso nel silenzio. Rintanava la mano sinistra sotto la coscia sinistra per una brezzolina che spirava da ovest e, nel frattempo, un’altra mano calda guidava la destra.

Stringeva una penna in mano. La mano era guidata nel macchiare d’inchiostro blu e d’emozioni da cogliere sul momento una pagina bianca, poggiata precariamente sulle sue gambe. Bianca come non lo era mai stata fino ad allora.

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5 pensieri su “Prime luci

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