Ciao per sempre

Prendi tutto quello che ho, crollami addosso e quel che posso è quel che mostro. 

Prendi tutto quello che ho, che non mi importa, un po’ alla volta, fai la scorta

Nella valigia di colui che parte si accumulano magliette sporche, calzini bucherellati, pagine scollate di libri, filini colorati e intrecciati. Nella valigia di colui che parte si infila tutto il possibile, tanto che è necessario sedervisi sopra per riuscire nell’impresa di chiuderla. Quasi impossibile riporvi qualunque cosa sia riposta in un grande armadio, in una grande casa, in un grande cuore. In ogni cuore c’è qualcosa, magari anche nascosto, che risulta incomprimibile all’interno di un unico recipiente. Il cuore è fatto per stare all’interno di una non propriamente detta gabbia. Ma io, più che gabbia, la definirei un porticato fatto di ossicini al posto di fiori penzolanti. La figura del porticato è sicuramente più piacevole e amena rispetto ad un rugginoso recinto per animali. Il viaggiatore accumula, accumula e prende tutto quello che ha da offrire l’abitante della cittadina in cui casualmente si è fermato per un periodo un po’ più lungo. Il viaggiatore avido si abbuffa, fa la scorta di gesti affettuosi, di carezze, di sguardi comprensivi che nessuno è mai riuscito a rivolgergli. Quella creatura così innocente non fa altro che assecondarlo e mostrargli ciò che riesce a comunicare di sé, nella speranza che il giorno della partenza venga sempre più rimandato, che il treno si guasti quotidianamente, che la combinazione per l’apertura della valigia venga dimenticata.

Prendi tutto quello che ho anche se è poco, vale niente e lascia il mondo indifferente, chissà se poi un giorno lo userai.

Colui che parte ha tutto a sua completa disposizione: amore, animo e soprattutto umiltà, che per tanto tempo gli ha alleggerito la valigia. Ora che l’ha ritrovata nella giovinetta è disposto ad accaparrarsi anche quella. La giovinetta è ingenua e crede che ogni cosa che non si riallacci in qualche modo alla sua persona sia migliore. Qualunque discorso, qualunque azione viene sottovalutata poiché messa a paragone con il fascinoso mondo dello sconosciuto viaggiatore. Come paragonare Ulisse ad un pendolare qualunque.

Sarò pronta ad ogni impronta che poi mi lascerai e sarò pietra e sarò lieta e sarò grata nell’ avere quello che non mi dai. 

Ormai il biglietto è stato obliterato e il fazzoletto svolazzerà presto. Occhi bassi, occhi rivolti al cuore. Mente consapevole di ciò che è stato, di ciò che è stato donato, regalato, di ciò che non è tornato mai indietro. Nessuna ricompensa in cambio, un lavoro non retribuito, un libro pubblicato e mai letto da nessuno. La ragazza si rende conto della vanità e dell’ effimerità del rapporto che si era illusa di poter plasmare. Non resta che alzare gli occhi, ma soprattutto aprirli. Cerca di inseguire il treno che è appena partito ma di esso non resta che una scia di rumore deragliante, un’impronta del viaggiatore. La ragazza torna indietro e decide di non guardarsi le spalle.

Non sei stato mio e mai mio sarai tra questa gente, tutto il bello tutto il buono porto via 

Nella valigia di colei che è rimasta non c’è posto per tutto il cuore di quel viaggiatore poiché egli è una persona a parte e ha già la sua valigia. Ognuno ne ha una e in nessuna è contenuta quella appartenente ad un altro. Ciò che si instaura nelle relazioni interpersonali rimane come ricordo e trova spazio tra i vestiti e le scarpe. Non si può invaligiare un cuore. Non si può desiderare di far invaligiare un cuore.

E allora non resta che imprimere, con un bell’inchiostro blu,  su di una lettera, scritta col cuore in mano, e concludere con

ciao per sempre

(Ciao per sempre- Levante)

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