incontri

La maggior parte degli incontri avviene casualmente. Essi sfociano in emozioni più o meno forti, attaccamenti quasi sempre troppo dolorosi. Esistono soltanto poche occasioni in cui si possa realmente bilanciare gli sguardi o le tentazioni rivolte verso l’altro: in questi casi, non si parla certamente d’attrazione. Con l’avvicinarsi all’ altro, non solo è possibile studiare le sfumature ramificate del suo iride, ma aumenta la percezione di stabilità che esso può e non può, o in altri casi deve, emanare. La linea storta delle sue labbra e il pallore, provocato dal tuo sguardo persistente, ti catturano come in una danza cadenzata, ballata in cerchio, strinta attorno ad un fonte di calore, da cui è difficile staccarsi. Mentre gira, il cerchio comincia a farsi sempre più piccolo, fino a che non viene inglobato nel caldo, nel vivo dell’altro. Ecco che il pallore sparisce e cessano i discorsi formali. La danza continua comunque e, con gli stessi passi, si fa strada nei meandri più segreti della mente dell’osservatore. Nel conoscere altri, si appiccano nuovi fuochi e nuove ballate che, a volte, con la loro monotona cantilena, rischiano di deformare gli altri cerchi. Sono gli incontri nati con melodie dolci, mielate ma instancabili, che rimangono racchiusi in quel caos infuocato.

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Solo dispari?

E non soffro se mi sento solo…

Diciamocelo: la solitudine, di per sé, non è stata affatto concepita per danneggiare l’uomo. Non c’è alcun male nel volere stare da soli. Solitudine: viene spesso associata a buio, cupezza, isolamento. Ma essa aiuta quando il vetro della bussola si è spaccato, aiuta a riaggiustare, reindirizzare il tragitto, reimpostare la destinazione. L’eremo non è un luogo di cui si deve diffidare, la pietra che si erge nel deserto ci aiuta a capire che siamo NEL mondo, ma al tempo stesso siamo UN mondo. Ogni uomo è, nella sua unicità, in solitaria. Il fatto che non si sia più capaci di pensarci soli è indicativo di quanto il concetto di solitudine sia associato sempre più ossessivamente alla negatività, alla depressione, quasi rischiando di sfiorare l’emarginazione. Decidere di guardarsi dentro è sintomo di maturità e consapevolezza, non è necessario denigrare chi ha il coraggio di staccare tutte le connessioni virtuali e riattivare quelle neuronali.

Impossibile ottenere il silenzio attorno in un mondo che ci vuole sempre numerosi e quindi rumorosi affinché si possano abbattere le barriere del sentirsi soli. L’esercito dei bip, dei campanellini, delle vibrazioni combatte contro l’inquietudine dell’isolamento. Slogan contro la paralisi dei polpastrelli, contro il mutismo dei centri commerciali. L’immancabile e tristemente adolescenziale “forever alone” che fa da didascalia a foto in cui presunti topi da biblioteca si abbarbicano su un libro disperati…

…soffro solo se mi fai sentire dispari.

Mi ero ripromesso di scendere dall’eremo, di uscire dal guscio e rinnegare l’uno, il dispari. Mi ero fatto coraggio, mi ero persino munito di due grossi tappi per le orecchie. Purtroppo il voler abbattere l’emarginazione non ha comportato altro che un sentirmi ancora più emarginato. Non mi aspettavo mica un’accoglienza in pompa magna, con il tappeto rosso srotolato per terra o l’hashtag #followme. Chiedevo soltanto un po’ di compagnia, ma non mille amici, non citazioni googlate due istanti prima di essere condivise, non bastoni argentati per aria e denti in bella vista. Troppa condivisione virtuale, poca sincerità emotiva. È legittimo, al tempo d’oggi, cominciare discorsi con un cancelletto, ma le cancellate lunghe e suntuose sono ideate per recintare una casa, non una persona. Non sarà quel like in più che ti renderà più forte e meno solo.

Mi capita, a volte anche volutamente, di camminare senza nessuno al mio fianco e così mi diverto a scrutare la gente che mi gira intorno: mi piace definirci la “generazione con la testa bassa e il viso illuminato”. Sottomessi? Schiavi di un signorotto locale? Affranti dalle mille difficoltà della vita? Vergognosi delle nostre azioni? Appena usciti dall’estetista con la faccia più abbronzata?

No, niente di tutto ciò. Solamente incapaci di oscurare lo schermo, alzare lo sguardo verso il cielo e sentirsi parte di un grande sistema silenzioso che ci considera in quanto essere unici, dispari.

(“Dispari”, Marta sui tubi)