banalmente infinito

panorama Montmartre

“Il sentimento che si prova alla vista di una campagna o di qualunque altra cosa v’ispiri idee e pensieri vaghi e indefiniti quantunque dilettosissimo, è pur come un diletto che non si può afferrare, e può paragonarsi a quello di chi corra dietro a una farfalla bella e dipinta senza poterla cogliere: e perciò lascia sempre nell’anima un gran desiderio: pur questo è il sommo de’ nostri diletti, e tutto quello ch’è determinato e certo è molto più lungi dall’appagarci, di questo che per la sua incertezza non ci può mai appagare.” (Zibaldone, pag. 75)

INfinito, Indefinito, INdeterminato: quell’ INcipit di parole che talvolta INcutono timore, talvolta fanno INsorgere animi INquieti .

Non tutti siamo parimente sensibili e pazienti come il poeta solitario, INdeciso, INtrospettivo, INnarivabile. Sicuramente quell’IN non lo intimoriva, anzi lo incuriosiva. Si dilettava, al tramonto di tante lune, ad affogare i propri pensieri, dominanti o meno, i suoi “gentili errori”, i suoi desii più remoti in un qualcosa di sterminato, ai suoi occhi l’unica via “reale” per raggiungere l’irreale felicità. Una felicità sperata, sempre preda di illusioni, mai affermata, individuale e universale.

Oggi affiancare la felicità e l’appagamento alla contemplazione di un paesaggio vasto e collinare o, per meglio comparare con i nostri tempi, di una folla trafelata che al mattino colora o ingrigisce le strade di una città, può essere percepito come un paragone inappropriato. L’incertezza di colui che rincorre il treno in partenza non è sicuramente l’incertezza di colui che rincorre una farfalla di cui scrive il poeta. In entrambe la situazioni però è forse proprio quell’incertezza che aumenta la speranza, il desiderio di poter raggiungere la cosa in questione. Sarebbe troppo facile, forse anche noioso, se la porta del treno rimanesse aperta, pronta ad accoglierci al nostro arrivo e la farfalla sbattesse, posata su una distesa di fili, le ali, pronta ad accettare il destino nel retino.

Le quattro mura di casa sono le fondamenta stabili del nostro vivere quotidiano e si presentano quindi come certezze.

Il balcone che si affaccia su uno scenario multiforme, gremito di suoni e colori, magari posto su uno strapiombo sull’azzurro acceso del mare non può che suscitare uno scontro, un naufragio di emozioni, quali stupore causato da eccessiva bellezza oppure terrore causato da eccessiva vastità. Si parla quindi di incertezza poiché l’osservatore non sa ben discernere ciò che davvero gli colpisce il cuore, “stanco mio cor”.

Tali riflessioni non possono che suscitarne tante altre, ma su una vorrei lasciare una sospensione in più: preferiamo stare confinati nella “capanna”, nel “natio borgo selvaggio” oppure sederci in “solitaria parte” , annegando i propri pensieri nell’immensità?

“E l’infinita vanità del tutto.”

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