Le lacrime non macchiano

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Le lacrime non macchiano i vestiti come l’oleoso sugo della nonna o la cioccolata scioltasi con l’avvento afoso dell’estate; soltanto lasciano una transitoria traccia bagnata che sbrigativamente scomparirà.

La lacrime non macchiano le guance; soltanto le squarciano in due e poi si rintanano sotto la pelle, come un bambino che si nasconde, tenendosi ben saldo, tra le gambe della sua mamma.

Le lacrime non macchiano la carta su cui si riversano; soltanto impastrocchiano l’inchiostro, lo espandono e ne creano meravigliose e artificiose pozzanghere che, allargandosi, si diramano e sfumano tra i quadretti o nel bianco di un foglio.

Le lacrime macchiano l’anima e non gli occhi perché, contrariamente a quanto è evidente che accada, è da lì che si generano. L’anima è il rifugio di qualunque cosa vi sia all’interno di un uomo. La lacrime non sono altro che macchie della sofferenza, del dolore, talvolta della gioia, di un essere sensibile.

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hug

“Ecco, prendi per esempio. Tu sei unico” spiegò la mamma “e anch’io sono unica, ma se ti abbraccio non sei più solo e nemmeno io sono più sola.” “Allora abbracciami” disse Ben stringendosi a lei.

Grazie ad un abbraccio, due unici diventano, a loro volta, un unico.

Talvolta l’unicità che ci rende così diversi gli uni dagli altri può farci paura: differire in un gesto, in un’espressione può essere sinonimo di lontananza con l’altro.

Ma è proprio il particolare che rende possibile l’attingere all’universale, che solitamente impedisce il diffuso sentimento della solitudine.

Ed è proprio grazie ad un gesto fisico, sentito, come può essere l’abbraccio tra due persone, le quali condividono un forte legame sentimentale, che è possibile la realizzazione del ricongiungersi della preziosa diversità nell’affascinante armonia universale.

Un abbraccio non è altro che la fusione di due mondi diversi, due universi che vagheggiano incuranti per lo spazio e all’improvviso si scontrano, provocando un’esplosione di sincera condivisione.

Un abbraccio è capace di non farci sentire soltanto unici, soli

Persone silenziose

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Di persone silenziose ce ne sono eccome.

Mai farsi illudere da un appariscente ed esuberante loquace. Dietro a tutti quei ricami parlanti, è capace di celarsi un insicuro, un soldatino rivestito, ma privato di una degna armatura. Il silenzio di una persona loquace sta nella sua incapacità di prendere fiato tra un discorso e l’altro. Egli ha paura che qualcuno o qualcosa gli tolga l’unica arma capace di sfoderare.

Sono timide presenze, nascoste tra la gente.

Timidezza e silenzio percorrono spesso due strade parallele, ma non per questo significa che una persona timida e di poche parole non abbia motivo di stare nel mondo, vivendo. È pur sempre una “presenza”, un respiro in più che si diffonde nell’aria, un battito in più che assorda l’atmosfera, una mente in più che elabora. Anche se si tratta di una presenza segreta, nascosta.

Ma il silenzio fa rumore e gli occhi hanno un amplificatore. Quegli occhi, ormai, da sempre, abituati ad ascoltare.

Una persona silenziosa comunica con gli occhi, grazie ai quali riesce a far trasparire qualsiasi tipo di emozione. Ritiene superfluo l’impiego della parola che si configura come una sorta di nemico imbattibile, sul quale mai riuscirà ad ottenere una schiacciante vittoria.                                                                                                               Il silenzio non simboleggia un’assenza, bensì una presenza tangibile; esso assume un valore fondamentale e si configura come il mezzo necessario per avviare una comunicazione, a partire dall’ascolto. L’ascolto è il primo passo per l’instaurazione di un rapporto, almeno per una persona silenziosa.

E all’improvviso scappi via, senza salutare. I tuoi occhi scendono le scale, non so cosa vanno a fare, se a commuoversi o a sognare, ad arrabbiarsi o a meditare.

Un alito di vento scompiglia i capelli e…puff! Una persona silenziosa è minuziosa, sta attenta a tutto ciò che muta. Appena accade qualcosa fuori dall’ordinario, scappa. Si rifugia in un altro mondo, il suo mondo, mondo in cui parla. Parla talmente tanto che, quando torna nel mondo di tutti, si rende conto di aver svuotato il serbatoio di parole. Quel sottoscala che una persona silenziosa si costruisce è come una sorta di casetta di legno sull’albero: nessuno può entrare, bisogna faticare per salire. Una persona silenziosa abbassa lo sguardo per evitare di far capire cosa le balena per la testa in quel momento. Una persona silenziosa piange, versando lacrime più trasparenti che mai; sogna un mondo senza rumori; si arrabbia, imprecando contro lo specchio che le si para davanti; medita, elaborando pensieri, senza parole.

Ma nell’anima si sa: c’è sempre molto da fare.

Quel sottoscala, quella casetta sull’albero necessiterebbe di pulizia, di ordine. Ed invece rimane sempre tutto lì, ammonticchiato. Nell’anima di una persona silenziosa c’è sempre la speranza di poter aprire la porta al mondo esterno, di poter aprirsi alla parola, stringendo la mano all’amico di una vita: il silenzio.

amica ironia, peccato! malinconia

20111214-Berenice Bejo as Peppy MillerEravamo in tre,

noi due e l’amica ironia

a braccetto per quella via  

(…)

E fummo quattro oramai

a braccetto per quella via.

Peccato! La malinconia

s’era invitata da sé.

L’ironia è un potente strumento che permette di mettere in ridicolo, senza però svelarsi, mostrarsi. Assomiglia un po’ a quelle velette che le donne portavano un tempo per coprire ingannevolmente gli occhi maliziosi nascosti dietro di esse. Si illudevano di poter ammiccare o guardare di sottecchi la scena che si stagliava davanti al loro sguardo, senza tener conto che qualche acuto aguzzino sapeva a sua volta farsi strada tra le fessurine romboidali, sfruttandone la luce che traspirava attraverso di esse. Per essere ironici, quindi, è necessario che quell’ acuto osservatore non sia in grado di penetrare tra i buchi della veletta e rimanga dubbioso riguardo alla verità che esce dalla bocca, priva di occhi e ragione, della donna.  L’ironico rende il mondo bello agli occhi degli altri, ma è consapevole di ciò che il mondo veramente è. Si cela ingratamente grazie a una grata nera di un confessionario, in cui ogni singola parola echeggia, ma non è, in fondo, portatrice di alcun significato. Non tutti sono in grado di fare dell’ironia poiché essa è una sorta di abilità innata, un’arte, a cui ci possiamo gradualmente avvicinare, ma che effettivamente non può essere applicata efficacemente da tutti. L’ironico non è il burlone con la smania di esibizionismo, non è l’arlecchino superomistico e sprovveduto, bensì un intelligente deviatore della realtà che altera ciò che è in ciò che la gente vorrebbe che fosse.

Ma quando i buchi della veletta cominciano ad allargarsi, rendendo sempre più amaro lo sguardo sul reale, ecco che la donna preferisce non utilizzare più la bocca senz’occhi e predilige la razionalità che si racchiude nel cerchietto che le fascia la testa. Rimane ancora quel pizzico di ironia che serve per distanziarsi dalla credenza comune, ma, quando la visuale non è più filtrata da effetti speciali che la rendono meno cupa e noiosa, appare e comincia a farsi strada la malinconia, la compagna fedele di viaggio di chi riesce realmente a cogliere il significato del vivere, tormentato o spensierato che sia.